CORONAVIRUS - La luna di miele forzata di Raul e Olivia

Alzi la mano chi non ha mai sognato di trovarsi su un’isola deserta insieme alla donna (o l’uomo) della sua vita. Magari mentre il mondo affonda nei guai, o deve vedersela con qualcosa che da lì, fra coralli & tramonti, diventa appena un impercettibile rumore di fondo.

Beh, neanche se prima della pandemia avessero indetto una lotteria mondiale in cui il primo premio era restare su un’isola, Olivia e Raul De Freitas avrebbero mai pensato di poterla vincere. Lui un macellaio di 28 anni, lei un’insegnante di 27, sudafricani, sono forse le persone più fortunate al mondo, perché il 22 marzo, quando è scattato il lockdown che ha confinato a casa qualche miliardo di popolazione mondiale, loro due sono sbarcati su un’isoletta delle Maldive, in luna di miele. Sei giorni di relax al Cinnamon Velifushi Maldives, un resort a 5 stelle da 700 euro a persona al giorno: si vive solo una volta, vivaddio.

Solo che, mentre vivevano il loro sogno d’amore circondati dai cuoricini, passando dalla Spa alla spiaggia, e dai cocktail al tramonto al minibar in camera, il mondo finiva a gambe all’aria, inseguito da un virus che non si vede, ma che in compenso sembra vederci benissimo.

L’eco del disastro che peggiora di ora in ora, complice la maledetta connessione wi-fi inclusa nei servizi del resort, arriva anche alle orecchie di Olivia e Raul, che corrono alla reception e chiedono se sia meglio anticipare il rientro a casa. Gli rispondono di stare tranquilli e godersi la loro “honey moon”, perché il governo sudafricano ha garantito il rientro di tutti i propri concittadini bloccati all’estero.

Una decisione che pochi giorni dopo viene revocata con la sospensione di tutti i collegamenti aerei. Risultato: il 25 marzo i signori De Freitas si presentano con le valigie pronte, ma scoprono che non ci sono aerei. Il Sudafrica e le Maldive non hanno un collegamento diretto e l’unica alternativa era lo scalo intermedio in Europa, ma con il forte rischio di restare per chissà quanto tempo nella zona transiti di un aeroporto in preda al panico. Da sposini felici, Raul e Olivia si trasformano nella variante di coppia della vicenda di Viktor Navorski, il cittadino dell’immaginaria “Krakozhia” rimasto bloccato nel limbo dell’aeroporto JFK di New York, raccontato in “The Terminal”, il film del 2004 diretto da Steven Spielberg e interpretato da Tom Hanks.

La coppa si ritrova confinata, in un posto che perfino la Convenzione di Ginevra sui diritti dei prigionieri troverebbe esagerato, ma pur sempre confinata, con tutto il personale rimasto al proprio posto e pronto a soddisfare ogni loro desiderio. Lentamente, gli altri 180 ospiti del resort, di paesi diversi, lasciano l’isola e tornano a casa: loro invece restano lì, con il sudore che ogni mattina all’alba scende più copioso, pensando ai 1.400 euro quotidiani che gli tocca mettere in conto. Per fortuna la direzione del resort, considerata la situazione, ha deciso di applicare uno sconto sostanzioso, ma sentendosi persi e dimenticati in mezzo all’Oceano Indiano, Raul e Olivia si sono attaccati ai telefoni per chiamare ambasciate, consolati e giornali, alla disperata ricerca di qualcuno che li ascoltasse. Lo fa il “New York Times”, che svela al mondo l’odissea dei due sposini “prigionieri” in un resort di lusso alle Maldive. I De Freitas scoprono così che altri 40 sudafricani sparsi per l’arcipelago maldiviano stanno vivendo la loro stessa disavventura e si scambiano informazioni, speranze e novità attraverso una chat WhatsApp. Ma poco dopo, sul gruppo cala la pesante scura del governo, che esclude di pagare un volo intercontinentale per recuperare 40 persone, che fra l’altro non sembrano affatto in pericolo. Unica e ultima possibilità per tornare a casa: dividere fra i naufraghi la spesa del volo, più o meno 100mila euro. Un’eventualità che di colpo ha più che dimezzato i partecipanti alla chat.

La svolta è arrivata il 5 aprile scorso, quando dopo settimane passate fra cene sulla spiaggia e partite a ping pong, l’ambasciata li ha avvisati di preparare i bagagli. Hanno lasciato il resort, salutando i dipendenti fra le lacrime, per finire su un’altra isola, nell’ennesimo resort, insieme ad altri sudafricani come loro. E ancora aspettano che qualcuno trovi un volo e soprattutto un equipaggio disposto ad essere messo in quarantena appena tocca il suolo sudafricano. A patto che riesca a farlo, visto che il governo ha chiuso gli aeroporti fino al 16 aprile.