
Il rito dello shopping, durante il lockdown e la pandemia in genere, ha consacrato definitivamente l’e-commerce. Uscire di casa non è più necessario: bastano, nell’ordine, una connessione, una carta di credito e un po’ di pazienza per scovare l’offerta migliore.
È vero, non sempre quel che si vede in foto fa lo stesso effetto una volta consegnato, e non sempre è così bello e ben fatto come appariva. Ma per questo c’è il “free return”, la riconsegna gratuita del capo con restituzione della somma spesa.
Una comoda libertà che, a lungo andare, si sia trasformato in un problema ed un costo a cui sempre più aziende stanno iniziando a mettere un freno.
In Inghilterra, ad esempio, da qualche settimana marchi come “Zara” e il giapponese “Uniqlo” hanno cominciato a pretendere una tassa sulle restituzione. Poca roba, 2 sterline – 2,30 euro – ma comunque fastidiosa agli occhi della clientela. Il problema, come accennato, è che l’enorme quantità di capi significano tempo, denaro e impatto ambientale. Secondo una ricerca pubblicata sul tabloid inglese “The Guardian”, spesso i capi restituiti non sono rimessi nel circuito di vendita ma buttati, perché a conti fatti costa meno. E tutto questo si traduce in un aumento delle emissioni di anidride carbonica per la produzione prima e lo smaltimento dopo. A cui aggiungere l’impatto della spedizione e dell’imballaggio.
La speranza concreta dei grandi colossi dell’abbigliamento è creare una cultura nella propria clientela, costringendo a pensarci due volte chi ordina due o tre taglie dello stesso modello per scegliere con calma e poi restituire, o chi ordina capi che userà un’unica volta per un selfie da postare sui social.








