
Sergio Leone doveva morire la notte fra l’8 e il 9 agosto 1969. La notte della carneficina al 10050 di Cielo Drive, quando l’attrice e modella Sharon Tate, moglie del regista Roman Polanski incinta di 8 mesi, il parrucchiere Jay Sebring e Wojciech Frykowski e Abigail Folger, una coppia di amici dell’attrice, diventano le vittime innocenti della mattanza di “The Family”, la spietata setta di giovani sbandati e tossicodipendenti che agiva al comando di Charles Manson. Quella sera, Leone e lo sceneggiatore Luciano Vincenzoni erano a Los Angeles, e avevano ricevuto l’invito per un dopocena direttamente da Sharon Tate. All’ultimo minuto, Vincenzoni era stato costretto a rinunciare per incontrare un produttore americano e Leone, rimasto solo, aveva declinato l’invito per evitare di trovarsi in imbarazzo, visto che non parlava bene l’inglese.
È uno dei tanti episodi che legano Sergio Leone alla cultura americana. Lui che era figlio della Roma popolare, nato a due passi dalla Fontana di Trevi e cresciuto nei vicoli di Trastevere, ma sentiva dentro di essere finito nel posto sbagliato, forse per un errore di consegna del destino.
Eppure, la vita è un copione che ogni tanto sembra perfettamente oliato, dall’inizio alla fine: sui banchi delle elementari, Leone fa amicizia con Ennio Morricone, destinato a diventare uno dei più grandi autori di colonne sonore memorabili, e suo strettissimo collaboratore, per cui ha suggellato in musica la maggior parte dei capolavori di Leone.
Ma agli studi, Sergio Leone preferiva il cinema, quello americano: le pellicole epiche di John Ford, le comiche di Charlie Chaplin e Buster Keaton. Riesce ad avvicinarsi al mondo del cinema, quello che lo fa davvero, finendo fra le comparse di “Ladri di biciclette”, pietra miliare del cinema italiano firmato da Vittorio De Sica, che gli era valso anche il primo Oscar.
È l’inizio, e con un po’ di pazienza Leone riesce a lavoricchiare come assistente alla regia per Gallone, Camerini e Bonnard, trovando anche il modo di “inbucarsi” nelle grandi produzioni che in quegli anni le major di Hollywood preferivano girare a Cinecittà: da “Ben Hur” a “Quo Vadis”, peplum che segneranno un’epoca, e per lui vere e proprie lezioni di cinema. Negli anni Sessanta, quando il filone delle pellicole storiche segna il passo lasciando il posto alle prime avvisaglie del cinema orientale, fatto di eroi e arti marziali, dopo aver visto al cinema “I sette samurai”, di Akira Kuroawa, Leone intuisce che la stessa storia poteva essere ambientata nel leggendario Far West, genere che aveva in mente di rivedere e correggere secondo una visione più nostrana.
Stava nascendo quello che una definizione perfino un po’ riduttiva avrebbe appellato “spaghetti western”. Pellicole a budget ridotti girate fra Italia e Spagna, piene zeppe di pistoleri, duelli e gente spietata che preferiva far parlare le pistole, spesso affidate ad attori americani alle prime armi. Nel 1974 esce “Per un pugno di dollari”, prima pellicola della “trilogia del dollaro” insieme a “Per qualche dollaro in più” (1965) e “Il buono, il brutto, il cattivo” (1966).
Tre pellicole che consacrano la carriera di un attore americano di bell’aspetto, ma ancora sconosciuto: Clint Eastwood. Ma soprattutto tre passaggi che significano una crescita altrettanto vertiginosa di pubblico, spettatori e guadagni. Nel 1968, diventato un nome che conta nel cinema internazionale, Leone vara il più complicato “C’era una volta il West”, un lungo, ostentato e onirico sguardo sull’epopea della frontiera americana.
Il nome di Sergio Leone ormai rimbalza fra le due sponde dell’oceano, al punto che nel 1970 la Paramount Pictures lo vuole per dirigere “Il Padrino”, ma lui rifiuta, troppo occupato nella lavorazione di “Giù la testa”. Creata la “Raflan Cinematografica” produce western “picareschi” come “Il mio nome è Nessuno” (1973), con Terence Hill ed Henry Fonda, e “Un genio, due compari, un pollo”, in cui Hill questa volta è affiancato da Klaus Kinski.
All’inizio degli anni Ottanta, Leone produce per “Medusa” due film del debuttante Carlo Verdone, figlio del suo grande amico Mario: “Un sacco bello” (1980) e “Bianco, rosso e Verdone” (1981). In realtà, lavora da tempo in silenzio al suo progetto più colossale, un film che avrebbe raccontato 40 anni di vita di un gruppo di gangster ebrei iniziata nella New York degli anni Venti, con un cast stellare: Robert De Niro, James Woods, Jennifer Connelly e l’immancabile colonna sonora di Ennio Morricone. Il film esce nel 1984 ed è accolto tiepidamente dal pubblico, soprattutto negli Stati Uniti, finendo per essere rivalutato nel tempo come una delle pellicole più belle di sempre.
Con la nascita della “Leone Film Group”, la sua casa di produzione, Sergio si mette al lavoro su un’altra pellicola ciclopica, questa volta dedicata all’assedio di Stalingrado. Ma non farà in tempo a girarlo: muore a 60 anni, il 30 aprile 1989, per arresto cardiocircolatorio.
LA TRAMA
Questo film-documentario è un omaggio ad una delle più grandi leggende del cinema mondiale, la cui straordinaria visione artistica ha trasceso i confini nazionali, ideando soluzioni narrative e stilistiche che sono diventate parte stessa del linguaggio del cinema. Il lungometraggio offre un ritratto inedito di un uomo visionario e profondamente colto, che ha vissuto e respirato cinema sin dalla sua nascita e la cui idea di cinema continua a vivere ancora oggi e ad influenzare il mondo cinematografico contemporaneo. Leone e il suo cinema vengono raccontati in questo documentario attraverso le testimonianze inedite di chi lo ha conosciuto e di chi da lui è stato ispirato.
“Sergio Leone è legato ad uno dei miei primi e più preziosi ricordi da spettatore. Facevo le elementari e un giorno mio padre mise nel videoregistratore la cassetta de “Il Buono, Il Brutto e Il Cattivo”. Fu una folgorazione totale. Fu proprio in quel giorno che il cinema passò dall’essere uno svago di bambino a vera e propria passione. Quando Raffaella Leone mi ha proposto di raccontare suo padre in un documentario, ho avuto l’impressione che tutto stesse tornando al suo posto. Mi sono lanciato con passione e rispetto in questa avventura. Ho voluto provare non solo a raccontare Sergio Leone ma anche a chiarire quanto il suo cinema e il suo genio creativo siano ancora centrali e fonti indiscutibili d’ispirazione per i più grandi cineasti del cinema contemporaneo. Tutti i grandi artisti che hanno aderito al film ne sono la conferma più bella”. Francesco Zippel.
SCHEDA TECNICA
Regia – Francesco Zippel
Soggetto – Francesco Zippel
Fotografia – Marco Tomaselli, Gabriele Remotti, Luca Ciuti, Carlo Alberto Orecchia
Montaggio – Michele Castelli, Christian Lombardi
Musiche originali – Rodrigo D’Erasmo
Miniature – Simon Weisse Atelier
Produzione – Sky Studios e Sky Italia
Prodotto da – Roberto Pisoni, Dino Vannini, Gaia Pasetto per Sky, Raffaella e Andrea Leone per Leone Film Group
Produttore esecutivo – Federica Paniccia, Federico Polimanti, Francesco Zippel
Durata – 107’
Distribuzione – 01 Distribution
Uscita nelle sale – 20 ottobre 2022
Con gli interventi di
Clint Eastwood, Steven Spielberg, Quentin Tarantino, Frank Miller, Ennio Morricone, Damien Chazelle, Eli Wallach, Jacques Audiard, Dario Argento, Raffaella Leone, Andrea Leone, Sir Christopher Frayling, Enzo Di Liberto, Martin Scorsese, Jennifer Connelly, Giuseppe Tornatore, Darren Aronofsky, Carlo Verdone, Robert De Niro, Armon Milchan, Tsui Hark, Giuliano Montaldo, Francesca Leone, Gian Luca Farinelli, NoËl Simsolo, Fausto Ancillai.















