
A 14 anni Guillaume Legros, classe 1989, francese di Belfrot ma cresciuto in Svizzera, a Bulle, nei pressi del lago di Ginevra, dove vive con la moglie, ha sentito il richiamo forte e irresistibile dell’arte: entra in un collettivo di writers che armati di bombolette trasformano in opere vecchi muri scrostati. È una scuola di stili e di strada, nell’attesa di trovare la sua. Intorno ai vent’anni, dopo aver provato un mestiere “normale” come infermiere, Guillaume si arrende alla voce che gli ripete di non avere altra scelta se non quella di seguire ciò che il destino gli ha donato: sta nascendo “Saype”, il suo nome d’arte, l’incontro tra “Say” e “Peace”, più o meno “Dì pace”.
Inserito da “Forbes” nell’elenco dei 30 artisti più influenti del mondo, le sue opere sono ormai comparse ovunque, e sparite con la stessa velocità senza lasciare traccia grazie ad una speciale vernice ecocompatibile che mescola gesso per il bianco, carbone per il nero e la caseina, derivato del latte, per fissarla sull’erba, ideata nel giardino della casa di famiglia. Quella di Saype è una rielaborazione della “Land Art”, ma esaltata dalla diffusione dei droni: composizioni talmente grandi che vanno guardate dall’alto, per riuscire a vederle e capirle. “L’arte diventa interessante quanto non è per un’élite. Se vado in un museo d’arte contemporanea mi annoio, sono più sensibile all’arte antica, perché non c’è bisogno di grandi spiegazioni per capirla”.
Dopo aver calcato i prati di decine di località, Saype si è dato un obiettivo ambizioso: “Beyond the Walls”, dipingere “la più grande catena umana della storia” in oltre 30 città nei cinque continenti. È partito dai Campi di Marte, davanti alla Tour Eiffel di Parigi, toccando Ginevra, Andora e Berlino, e sta facendo tappa a Torino, città fra le più attente all’agenda dell’ecosostenibilità da raggiungere entro il 2030, la settima tappa del suo viaggio intorno al mondo, dove ha appena completato un’opera colossale pari a 6.400 metri quadri che raffigura due mani che si stringono. Saype ha scelto il Parco Archeologico delle Porte Palatine, con il sostegno di Lavazza e dei Musei Reali, che gli dedicano anche una personale in cui sono esposte fotografie delle sue opere, realizzate fra l’Africa e l’Europa.
“Le mani sono un simbolo universale, e credo che solo rimanendo insieme l’umanità possa rispondere alle più grandi sfide del nostro tempo”. Le sue opere, considerando il clima, il passaggio della gente e la crescita dell’erba, durano fra i 14 i 90 giorni.














