
Molti dei Marines rientrati dall’Afghanistan, l’11 settembre 2001 erano appena nati: troppo piccoli per ricordare un giorno che ha segnato il loro Paese. Sono i pochi a cui è concesso un privilegio al contrario negato a chi invece quello spettacolo terrificante l’ha vissuto in diretta, e il giorno che ha cambiato per sempre la storia del mondo ricorda ancora oggi benissimo dov’era e cosa stava facendo.
Sono passati vent’anni da quelle 24 ore devastanti, e anche se ogni anno parte la gara a chi scova immagini inedite e documenti nuovi, abituarsi a quelle scene non è possibile, ancora oggi. Ogni anno, da vent’anni a questa parte, è un dolore che si ripete uguale, sempre forte, indescrivibile, sordo: il primo aereo che si schianta sulla Torre Nord del World Trade Center alle 8:46 e il secondo che meno di venti minuti dopo centra la Torre Sud, mentre da Washington arriva la notizia di un terzo aereo finito contro la facciata ovest del Pentagono. Un quarto, probabilmente diretto sulla Casa Bianca, precipita nei campi della Pennsylvania, pare per una rivolta dei passeggeri.
E come ogni anno, vedendo le immagini di gente che ha preferito buttarsi da altezze impossibili, piuttosto di morire tra le fiamme, lo stomaco si chiude, ben sapendo che il finale è sempre lo stesso: le due Torri simbolo di New York che crollano in una nuvola di polvere colossale, trascinandosi dietro la vita di 2.977 persone.
Ancora oggi, a vent’anni di distanza, mancano all’appello di resti di 1.105 vittime: di loro, che probabilmente si trovavano nei piani centrati dai due enormi aerei, non è rimasta alcuna traccia. Gli esperti lo sanno: il carburante dei due Boeing, capace di sciogliere come burro le strutture in acciaio e cemento delle Torri, quel giorno ha reso tutto incandescente, e la gente che si trovava lì non ha avuto scampo: per capire come sono morti basta far cadere una goccia d’acqua su una padella calda. Resta un po’ di fumo, e nient’altro.
Ma da allora, gli esperti del “Medical Examiner’s Office” di New York non hanno mai smesso di cercare tracce anche minuscole di chi è svanito nel nulla. Un’equipe guidata dalla dottoressa Barbara Samson, cerca senza sosta frammenti di ossa e pelle usando macchinari sempre più sofisticati che continuano a scandagliare la montagna di detriti lasciati dalle due Torri, così tanti da aver avuto bisogno di 261 giorni per liberare l’area.
In vent’anni hanno trovato 22mila resti umani, ma una volta individuati il lavoro è ancora lungo: va estratto il Dna e poi confrontato con quello dei parenti delle vittime, che già anni fa avevano accettato di depositare il proprio nella speranza di dare prima o poi una sepoltura a ciò che restava dei loro cari.
Il 2021, l’anno del ventennale dell’attacco più infame della storia, è particolarmente fortunato. Il “New York Times” ha svelato che il mese scorso, gli scienziati hanno individuato due vittime: non accadeva dal 2018, quando gli agenti hanno suonato alla porta della famiglia di Scott Michael Johnson, analista finanziario visto l’ultima volta all’89esimo piano della Torre Sud, per dire “l’abbiamo trovato”. È successo lo stesso dando un nome ai poveri resti di Dorothy Morgan, una donna di Long Island che lavorava al 94esimo piano della Torre Nord, di cui non si sapeva più nulla.
Ma sarà un anniversario diverso anche per la presa di posizione dei 2000 familiari delle vittime, che hanno avvisato il presidente di Biden di non presentarsi a Ground Zero, se prima non avesse ordinato di togliere il segreto ai documenti dell’FBI sugli attacchi sferrati dai 19 dirottatori di Al-Qaeda. Biden l’ha fatto, mantenendo una promessa elettorale, con la concessione di sei mesi di tempo al dipartimento di giustizia per valutare i documenti che è possibile rendere pubblici senza minacciare la sicurezza nazionale.
Ma la ferita di quel giorno resta e resterà, è scritta sulla pietra, anche se oggi Ground Zero è un giardino tranquillo dove due enormi vasche circondate dai nomi delle vittime ricordano l’esatta posizione in cui svettavano le due torri. Ogni giorno lì intorno c’è chi piange, chi lascia un fiore e chi non riesce a credere che sia stato possibile tutto questo, ancora oggi.















