
È bello scoprire che in questo mondo malato, egoista, cinico, cattivo e spietato, ogni tanto qualcuno si metta d’impegno per dimostrare che l’anima e il cuore sono merce che al cambio attuale valgono ancora qualcosa. È bello, proprio come succede per la fiaba di Wang Yan, una storia vera che favola non è, ma proprio per questo spicca su tutto il resto, perché sembra messa lì quasi apposta, a dimostrare che qualche speranza esiste, per il genere umano.
Wang Yan è giovane, una trentina d’anni appena, e guida un’azienda metalmeccanica di Changchun, provincia di Jilin: un’attività creata dal nulla nel momento in cui l’industria dell’acciaio cinese decolla, che gli ha permesso di guardare al futuro con striature di sano ottimismo. Filava tutto liscio, nella vita di Wang: gli affari che funzionano come meglio non potevano, il matrimonio con la donna della vita già programmato e un cucciolo giocherellone, entrato nelle loro esistenze diventando subito uno di famiglia. Ma un giorno tutto cambia, improvvisamente: Wang parte per Helong, città dove ha un incontro di lavoro, e per avere un po’ di compagnia carica in macchina anche il cucciolo. Un attimo di distrazione nel caos della città, e del suo cagnolino Wang perde ogni traccia.
Disperato si mette a cercare setacciando in lungo e in largo Helong, finché qualcuno - forse impietosito - gli sussurra di mettersi il cuore in pace, perché il cucciolo probabilmente è già nelle vetrine di qualche macelleria che vende carne di cane. Lui non molla, non ci crede, e la sua diventa la discesa in un girone dantesco infernale, fatto di sangue, violenza e orrori. Arriva alla parte meno visibile di un business enorme, creato per accontentare la richiesta di carne di cane, in Cina un piatto prelibato, che ogni anno porta sul patibolo 18 milioni di piccoli amici dell’uomo.
Wang il suo cucciolo non lo ritroverà mai più, va detto, ma quel che ha visto gli si stampa a fuoco sulla coscienza: torna a casa e chiude la fabbrica, spiegando ai suoi operai che l’intero impianto industriale da quel giorno sarebbe servito per salvare quanti più cani possibili da una fine straziante. Vende i macchinari, sposta addirittura la data del matrimonio e spende tutti i soldi che ha per creare il ChangChun Animal Rescue Base, un avamposto a difesa dei cani, che lì trovano cure, assistenza, crocchette e affetto.
Da quel momento, nell’oasi di Wang transitano circa 2.000 cani, salvati dai macelli, e ogni settimana non sono mai meno di duecento. Ma a volte ci pensa la realtà a tirare giù le migliori intenzioni, come fossero i palloncini colorati dei bambini, che di colpo iniziano a sgonfiarsi. Dopo aver ingoiato l’equivalente di circa mezzo milione di euro, il rifugio di Wang sta attraversando un momento di grave difficoltà economiche. Dalle ultime notizie, l’ex imprenditore non è più in grado di acquistare vaccini contro la rabbia, fondamentali perché si tratta di animali raccolti dalle strade e vissuti in condizioni indicibili. Ma lui stringe i denti e va avanti, accettando solo cibo e non offerte in denaro. L’impresa più difficile, per Wang, è cambiare la mentalità e le abitudini dei suoi concittadini: tanti dei cani passati dal rifugio, solo pochi è riuscito a darli in affidamento a gente fidata della sua città. Ma non passa settimana senza che non senta il bisogno di fargli visita di persona, uno per uno, per vedere come stanno, e sentire ogni volta una stretta al cuore.












