
di Germano Longo
“La storia dell’umanità è soltanto il racconto di progetti falliti e speranze deluse”, una verità tagliente pronunciata dal saggista inglese Samuel Johnson. Una sensazione di amaro in bocca che si prova capendo che non è ciò che hanno fatto in vita alcuni dei personaggi ad assicurare loro un posto sui libri di storia, ma come sono morti. È più facile ricordare la fine di JFK che i motivi per cui poteva dare fastidio, o il colpo di fucile che centra in gola Martin Luther King più delle sue lotte per i diritti degli afroamericani, il tritolo che nel 1992 ferma Falcone e Borsellino, i quattro colpi di pistola che chiudono la carriera di Tupak Shakur e la calibro 45 che sembra una vendetta del destino contro la mira infallibile di Chris Kyle, l’American Sniper più celebre di sempre.
È così anche per la sera bastarda dell’8 dicembre 1980, quando I’m shot, mi hanno sparato, sono le ultime parole pronunciate da John Lennon, mentre il sangue gli esce dalla bocca e barcollando tenta di raggiungere l’ingresso di casa sua, al Dakota Building di New York, dove sul citofono aveva voluto una targhetta che faceva storcere il naso agli altri inquilini: “Ambasciata di Nutopia”.
Secondo il referto dei medici del “Roosevelt Hospital”, John Lennon viene dichiarato morto alle 23:15 per ipovolemia: colpito all’aorta, nel giro di pochi minuti ha perso l’80% del sangue che aveva in corpo.
È uno shock che attraversa come una scossa il pianeta, perché quei 4 colpi non si portano via solo la remota - ma pur sempre viva - idea che un giorno quattro Beatles sarebbero potuti tornare sul palco e completare quello che fra i litigi avevano lasciato a metà, ma negano il diritto a Lennon di invecchiare e morire come tutti e soprattutto uccidono le speranze del mondo intero di avere una voce forte che in questi 40 anni avrebbe lottato, discusso e urlato per la pace e l’ambiente, scendendo in piazza tutte le volte che la gente avrebbe avuto bisogno di qualcuno disposto a mettersi alla guida. Nessuno sa se sarebbe stato realmente così, ma è bello pensare cosa avrebbe potuto essere. Consola, almeno un po’.
A volerlo morto quella sera è un pazzo, Mark Chapman, un fan dei Beatles, ma soprattutto un folle che negli anni renderà ancora più inutili i suoi 4 colpi di pistola: volevo diventare famoso per qualcosa e punire John perché lui aveva tutto e io niente. Quando arriva la polizia lo trovano seduto a terra, mentre intorno si è scatenato l’inferno e il sangue di John è ancora fresco sul marciapiede. Legge “Il giovane Holden” di Salinger, e quando gli puntano le pistole alza le mani e si lascia portare via, docile come un agnello.
“Tutti ti amano quando sei sotto due metri di terra”, diceva Lennon ben sapendo che anche a lui, prima o poi, sarebbe toccata la santificazione postuma, quella che la morte – meglio ancora se violenta – il genere umano concede a tutti. John Lennon non era un santo, anche se era nato quasi per miracolo sotto un bombardamento tedesco di Liverpool, e come secondo nome gli avevano messo Winston, in onore di Churchill.
Dalla Liverpool operaia e senza speranza degli scaricatori di porto e dei palazzi anneriti dal fumo delle ciminiere si era ritrovato in un istante o poco più con il mondo ai piedi. Ma era fatto a modo suo: riconsegna il titolo onorifico che la regina Elisabetta aveva tributato alla band, finanzia le “Black Panther” americane e i movimenti femministi attirando l’attenzione dell’FBI e si lascia affascinare dall’eroina e la marjiuana. Però era un uomo giusto: anni dopo aver rubato un’armonica in un negozio di strumenti musicali di Amburgo, quand’è ormai una star planetaria, torna accompagnato dall’autista e mette sul bancone i soldi per pagarla, mentre quelli del negozio per poco non svengono.
Per i 40 anni della morte di Lennon, torna in libreria Imagine this, un libro da cui è stata tratta la sceneggiatura del film “Nowhere boy” scritto da Julia Dykins Baird, una delle due sorellastre di John nate da relazioni che la mamma aveva con troppa facilità. Dopo essere rimasta nell’ombra per decenni, nel 2013 Julia Baird aveva deciso di raccontare chi era John quando i Beatles, le chitarre, i soldi e i palcoscenici ancora non c’erano neanche all’orizzonte. E il racconto diventa la storia di un bambino nato in una famiglia difficile e cresciuto con la zia Mimi, che decide di prenderlo in casa perché sua sorella Julia non sembrava avere il senso di responsabilità dell’essere madre.
John andava spesso a trovare mamma Julia e le sorelline: sono gli anni in cui scopre la musica e sono loro il primo pubblico davanti a cui si esibisce con la sua chitarra. Sua sorella se lo ricorda bene, entusiasta sul palco con la prima band formata e da lì in poi con il suono della chitarra che arrivava ovunque ci fosse John: in bagno, sul letto, in cucina, in giardino.
Tutto cambia nel 1958, quando John ha 17 anni: mamma Julia finisce sotto l’auto impazzita, guidata da un agente di polizia ubriaco, e per lei non c’è più niente da fare. È in quel momento, diranno in tanti, che John Lennon diventa uomo, ma forse più realisticamente impara soltanto a convivere con un sottofondo di amarezza che gli negherà per sempre la serenità.
Nascono i Quarryman, che diventano poco dopo i Beatles, e inizia un’altra storia, che non ha alcun bisogno di essere raccontata per l’ennesima volta. I fratelli Lennon-Dykins rimarranno sempre in contatto, anche se è la vita a separarli: John sembra aver ritrovato una famiglia prima con i Beatles, quindi con Yoko Ono, l’unica donna che probabilmente ha amato davvero. Ma anche nel sangue di sua sorella scorre lo stesso istinto e la stessa rabbia verso le ingiustizie: attraversa l’Europa in autostop, protesta contro la guerra del Vietnam e a Parigi sfila al fianco di Simone de Beauvoir. Nel 1968, Julia decide di mettere la testa a posto: si sposa con Allen Baird, e vanno a vivere a Belfast. Hanno tre figli, lei si laurea, trova lavoro come insegnante di sostegno, ma nel 1981, dopo 13 anni insieme, si dicono addio.
Mentre lei faceva la mamma e la moglie, e quasi nessuno le credeva quando raccontava di essere la sorellastra del chitarrista dei Beatles, John conquista il mondo fino a diventare leggenda. Lascia la prima moglie Cinthia e anni dopo rinnega i Beatles, poi stanco del bigottismo inglese si trasferisce a New York, dove è libero di camminare per la strada senza che nessuno lo fermi. Tranne i quattro colpi di calibro 38 dell’8 dicembre 1980, 40 anni fa.












