
CIRIE' - Torna alta l'attenzione sulla sicurezza degli operatori sanitari all'interno dell'ospedale di Ciriè, teatro negli ultimi giorni di due gravi episodi di violenza che hanno coinvolto direttamente il personale in servizio. Nel giro di meno di una settimana, infatti, si sono verificati due distinti interventi critici. Il primo episodio, avvenuto nel pomeriggio del 31 marzo 2026 presso il Dipartimento di Emergenza e Accettazione, ha visto un uomo aggredire un professionista sanitario chiamato per una consulenza, strattonandolo e afferrandolo al collo. Solo il tempestivo intervento dei colleghi ha evitato conseguenze più gravi.
Il secondo episodio, nella notte del 4 aprile 2026, ha riguardato un altro individuo che ha dato in escandescenze nei pressi della radiologia, arrivando a danneggiare le strutture e a infrangere il vetro delle teche degli estintori, generando forte allarme tra operatori e pazienti. In entrambi i casi è stato richiesto l'intervento urgente dei carabinieri di Ciriè e di altre unità di supporto.
«Il nodo della cosiddetta 'flagranza di reato' è diventato un alibi normativo che, nei fatti, paralizza l'intervento e lascia soli i sanitari poichè spesso, impedisce un arresto immediato se l'atto violento si è consumato al momento dell’arrivo della pattuglia, lasciando i sanitari in una condizione di estrema vulnerabilità proprio nel luogo dove dovrebbero sentirsi più protetti. E' un cortocircuito inaccettabile tra legge e realtà», afferma Marco Boccacciari, referente sindacale Nursing Up per l'Asl To4.
La richiesta che emerge dai fatti è chiara: «Non basta solidarietà postuma. Il personale sanitario chiede protocolli di sicurezza più rigidi e una presenza costante di presidi di sorveglianza - continua Boccacciari con Claudio Delli Carri, segretario regionale Nursing Up Piemonte e Valle d'Aosta - senza tutele legali e fisiche immediate, il rischio è che il front office della sanità pubblica diventi una zona franca dove la violenza resta impunita».
Nel richiamare l’attenzione su una problematica ormai strutturale, emerge con forza il tema della sicurezza nei luoghi di cura. «Gli operatori sanitari lavorano quotidianamente in condizioni di forte pressione e non possono essere esposti anche al rischio concreto di aggressioni fisiche. Non è accettabile che si debba attendere il peggio prima di poter intervenire in modo efficace», conclude Delli Carri.









