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Siamo sempre connessi.
A tutto.
A tutti.
Lo sentiamo dire continuamente: il mondo è online, connesso.
Non si vive più senza social, senza la nostra piazza virtuale in cui sentirci il carismatico oratore che dispensa le sue opinioni, le sue battute, le sue verità.
Le sue gioie e dolori.
Se non le condividi, non le vivi davvero, non sono vere, legittimiamo le nostre emozioni con post su Facebook, con una foto su Instagram.
Siamo connessi, legati a schermi luminosi, fissiamo più schermi che occhi.
Siamo connessi, lo ripetiamo giorno dopo giorno, ma siamo disconnessi dalla realtà.
Abbiamo perso il filo che ci teneva ancorati al reale.
Abbiamo perso l'empatia.
Le stanze delle nostre case sono scatole entro cui ci nascondiamo, abbiamo iniziato a portare queste scatole anche fuori, se non filtriamo un avvenimento attraverso lo schermo di uno smartphone è come se la vita non accadesse.
Se non è filtrato dal virtuale un evento non è reale, così andiamo ad un concerto e il cantante non lo guardiamo negli occhi, ma attraverso ad un schermo, tanto valeva restare a casa.
Abbiamo perso l'empatia, però abbiamo guadagnato le dirette di Facebook.
Guardiamo una persona che ci parla attraverso ad uno schermo, osserviamo i suoi occhi che sembrano posarsi sopra di noi, ma siamo soli.
Dentro uno schermo siamo connessi al mondo, ma alzando gli occhi vedremo pareti attorno a noi, le pareti della nostra scatola.
Perché lo penso?
Qualche settimana fa un ragazzo a Rimini ha filmato un altro ragazzo, più giovane di lui, nella sua diretta Facebook, chiedendo a chi lo stesse seguendo di chiamare l'ambulanza, il ragazzo filmato era a terra, un brutto incidente, ma anziché essere soccorso, si è spento online, durante una diretta Facebook.
Ho la sensazione che la vita di molti stia cedendo il passo alla diretta su Facebook.
Ditemi la vostra, probabilmente sono esagerata, probabilmente mi sbaglio.
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Grazie per aver letto, al prossimo martedì con un nuovo episodio dell'appuntamento ironico: "Il supermercato".
Buona settimana.











