
di Giorgio Cortese
C’era un tempo in cui i documenti d’identità non servivano. Bastava un soprannome, uno di quei nomi collettivi che i paesi del Canavese si scambiavano l’un l’altro, spesso con una punta di ironia, qualche volta con malizia, sempre con una sorprendente naturalezza. Se oggi, per capire da dove viene qualcuno, chiediamo il paese di nascita o la residenza, un tempo si diceva: “È un tajastrass” – e tutti capivano che arrivava da Favria. Oppure: “quello è un cusatè”, e nessuno aveva dubbi: era di Cuorgnè. Non importava il confine amministrativo, né la carta bollata del municipio. Contava invece la tradizione orale, che classificava gli abitanti secondo difetti, mestieri, abitudini o episodi memorabili della loro comunità.
Questa pratica, diffusa in tutto il Piemonte e ben radicata nel Canavese, era una sorta di geografia parallela che non misurava distanze in chilometri o in ettari, ma in identità collettive. I soprannomi nascevano dai lavori tipici del luogo, dalle caratteristiche fisiche o caratteriali attribuite agli abitanti, dalle abitudini quotidiane, da episodi storici tramandati di bocca in bocca o persino dalle Badie giovanili, che con le loro feste e recite lasciavano segni profondi nella memoria popolare. Il risultato era un mosaico variopinto di nomi che si tramandavano di generazione in generazione, entrando nel linguaggio quotidiano e nel dialetto, fino a diventare parte del modo stesso di riconoscersi.
Dietro ogni appellativo c’era un piccolo universo. Essere chiamati tajastrass non era soltanto un modo di dire: evocava un certo modo di vivere, un carattere attribuito alla comunità di Favria. E così valeva per i cusatè di Cuorgnè o per i nufiacup di altre località. Il tono era quasi sempre ironico e scherzoso. Si rideva dei difetti altrui, ma anche dei propri. Accettare di essere identificati da un soprannome collettivo significava riconoscersi parte di una storia più grande, condividere un’identità comune che superava il singolo individuo. In questo modo, la tradizione creava coesione interna e allo stesso tempo segnava le differenze tra paesi vicini, coltivando rivalità bonarie che si ritrovavano poi nelle feste, nei giochi e nelle sfide di borgo.
Gli appellativi non venivano solo pronunciati: spesso erano cantati o recitati in forma di litanie dialettali, quasi preghiere rovesciate e divertite. Erano vere e proprie filastrocche, in cui i paesi venivano nominati uno dopo l’altro, accompagnati dal loro soprannome, con l’aggiunta di parole senza senso in finto latino che servivano a dare ritmo e solennità. Sembrava quasi una parodia del linguaggio religioso, trasformata in festa popolare. Queste litanie, un po’ satiriche e un po’ poetiche, risuonavano durante le sagre, nei ritrovi contadini o nei raduni delle Badie, e avevano il potere di far ridere e insieme di consolidare la memoria di chi siamo e da dove veniamo.
Oggi, purtroppo, la maggior parte di questi appellativi è caduta nell’oblio. L’omologazione linguistica, la perdita progressiva dei dialetti e la burocrazia che tutto uniforma hanno cancellato gran parte di questo patrimonio immateriale. I giovani di oggi difficilmente saprebbero dire cosa significhi essere chiamati tajastrass o cusatè, eppure dietro a quelle parole c’è molto di più di un semplice soprannome: c’è un secolo di abitudini, di storie raccontate nelle veglie, di risate tra paesani e di rivalità scherzose che hanno colorato la vita comunitaria.
Raccogliere e tramandare questi appellativi significa salvare un frammento di patrimonio culturale al pari delle canzoni popolari o dei racconti della tradizione. Ogni soprannome è una finestra aperta su un mondo contadino che non c’è più, ma che ha forgiato l’identità delle nostre comunità. Come ricordavano i nostri nonni, non serviva l’anagrafe per sapere chi eri: bastava il soprannome del tuo paese, un nome che non aveva bisogno di timbri o certificati, ma che raccontava chi sei, con ironia, schiettezza e un pizzico di orgoglio.
Appuntamento a Frassinetto il 30 agosto alle ore 18 con Giorgio Cortese.










