
di Giorgio Cortese
Quattro morti in ventiquattr’ore. Quattro lavoratori che non torneranno a casa: un operaio caduto da una gru a Torino, un cinquantenne precipitato dal tetto di un capannone a Riposto, un macchinista schiacciato da un macchinario a Monza, un uomo travolto da un muletto a Roma. Quattro storie finite nello stesso modo: con un verbale, un’indagine e un titolo di telegiornale che durerà un giorno. Poi, silenzio.
Secondo i dati Inail, nei primi sette mesi del 2025 i morti sul lavoro sono già 607, con un aumento del 5,2% rispetto all’anno scorso. Nel 2024 erano stati 1.202. A questo ritmo, anche quest’anno si supererà quota mille. Mille persone che non sono numeri, ma padri, madri, figli, colleghi. Mille vite interrotte dove la sicurezza è rimasta un annuncio.
Il governo aveva promesso un piano da oltre un miliardo e 200 milioni per la sicurezza. Ma le risorse non sono nuove: derivano in gran parte da fondi già esistenti, e nulla è stato investito in più ispettori, più controlli, più vigilanza. Si premiano le imprese che si candidano ai finanziamenti, ma restano fuori i settori più fragili, dove subappalti, precarietà ed esternalizzazioni sono regola.
E i controlli? Sono aumentati, è vero. Ma restano insufficienti: meno di 5.000 ispettori per oltre 18 milioni di lavoratori. Una verifica ogni cinque, sei anni. E anche quando emergono violazioni, le sanzioni sono leggere, le sospensioni rare, le nuove regole facili da aggirare.
Le famiglie delle vittime chiedono una sola cosa: che venga introdotto il reato di omicidio sul lavoro, come già esiste per l’omicidio stradale. La proposta di legge è ferma da anni in Parlamento. Nessuno la discute, nessuno la porta avanti. Nel frattempo, la “patente a crediti” consente di recuperare con corsi brevi i punti persi, anche dopo incidenti gravi.
Il copione non cambia: tragedia, dichiarazioni, promesse, dimenticanza. Poi un’altra tragedia. E un’altra ancora. Nel frattempo, la propaganda parla di “alleanza”, di “responsabilità condivisa”, di “cultura della sicurezza”. Ma a pagare sono sempre gli stessi: gli operai che salgono sulle impalcature, i tecnici che entrano nelle fabbriche, i lavoratori che continuano a morire per un tetto non messo in sicurezza, per un macchinario senza protezioni, per un carico gestito male.
Non servono altre parole. Servono norme, controlli veri, responsabilità precise. Perché la strage sul lavoro non si ferma con i comunicati stampa.








