
di Giorgio Cortese
Come un quadro ad olio, steso lentamente con pazienza e silenzi, il mattino del 3 febbraio, giorno di San Biagio, si apre sul parco ancora assorto. Non irrompe: arriva. Si posa sulle cose come una mano gentile che conosce il peso del freddo e non vuole svegliare troppo in fretta ciò che riposa. La neve non è più vergine, ma conserva la memoria della notte, i suoi respiri, i suoi passi invisibili. È una coperta sottile e irregolare, che si ritrae piano, lasciando affiorare chiazze di terra scura e fili d’erba, come pensieri che riaffiorano dopo un lungo silenzio.
Il cielo è chiaro, trattenuto, di un grigio luminoso che non grava. Non promette con clamore, ma resta lì, sospeso, come chi sa già che verrà il momento giusto. È un cielo che ascolta. Gli alberi, spogli fino all’essenziale, alzano i rami come grafemi antichi, tracciati con inchiostro d’aria. Sembrano parole di una lingua che solo l’inverno conosce, fatta di attesa e resistenza. Alcuni portano ancora frammenti di bianco, altri si offrono nudi alla luce incerta del mattino: tutti sembrano immobili, eppure vigili, come se stessero trattenendo un racconto.
Il vialetto di pietra attraversa il parco con calma determinazione. Non ha fretta, ma sa dove conduce. È una linea sicura che invita al passo lento, a seguire il ritmo del giorno che nasce senza strappi. Camminarlo è come entrare in una frase lunga, pensata, che chiede attenzione. Accanto, la panchina vuota non parla di assenza, ma di possibilità. È lì per chi verrà, per chi si fermerà a pensare, per chi avrà bisogno di un momento per respirare. Anche l’attesa, qui, ha una forma gentile.
Sul fondo, le facciate color miele del Palazzo Martinotti, oggi Municipio, emergono come quinte teatrali dopo l’alzarsi del sipario. La luce le sfiora senza invaderle, le scalda appena, come per dire che il freddo non è eterno. È un sole timido ma tenace, che già lavora, paziente, per sciogliere ciò che resta rigido. Una luce che non abbaglia, ma cura; che nel giorno di San Biagio sembra benedire l’aria stessa, renderla più amica della voce, più indulgente con il respiro.
Tutto appare fermo, eppure nulla è davvero immobile. La neve cede lentamente, il mattino prende coraggio, il tempo si rimette in cammino. Ogni cosa sembra ricordare il proprio posto, il proprio ritmo. In questo quadro silenzioso, che non chiede attenzione ma la riceve, vive una certezza discreta: il cammino continua, anche quando non lo vediamo; il freddo passa, anche quando sembra insistere. E sotto ogni inverno, anche il più ostinato, la vita con pazienza infinita, sta già preparando il suo ritorno.








