
Nel 1938 la Conferenza di Monaco consentì alla Germania nazista di annettere i territori dei sudeti in Repubblica Ceca e non riuscì a impedire la Seconda Guerra Mondiale. Oggi, come allora, si respira l’aria di Monaco. Era il 1938, Gran Bretagna e Francia acconsentirono alle mire della Germania nazista sulla regione dei sudeti in Cecoslovacchia nella speranza, poi rivelatasi illusoria, di scongiurare la guerra. La conferenza si svolse nella città bavarese il 29 e il 30 settembre e vide come partecipanti il primo ministro britannico, Neville Chamberlain, il presidente francese, Edouard Daladier, il cancelliere tedesco, Adolf Hitler, e il primo ministro italiano, Benito Mussolini.
Allora, il 12 settembre 1938, Hitler, al termine del raduno del Partito Nazionalsocialista a Norimberga, aveva minacciato la guerra se non fosse stato concesso alla popolazione tedesca nella regione cecoslovacca dei Sudeti, dove i germanofoni erano maggioranza, il diritto all'autodeterminazione. Dal momento che l'autodeterminazione dei popoli era uno dei cardini della dottrina politica sorta dalle macerie della Prima Guerra Mondiale, Chamberlain e Daladier acconsentirono a un accordo che avrebbe permesso alla Germania di annettere vaste aree della Cecoslovacchia, che non fu invitata al tavolo e gridò al tradimento. L'Ungheria si sarebbe appropriata a sua volta di alcuni territori meridionali del Paese che, dopo appena vent'anni di esistenza, si ritrovò smembrato.
In quel tempo Mussolini fu salutato in patria come «salvatore della pace» da un'opinione pubblica in larga parte ostile alla guerra, ma la catastrofe fu ritardata di appena un anno... Nel settembre 1939 la Germania avrebbe infatti invaso la Polonia, da allora la Conferenza di Monaco passò quindi alla storia come il simbolo del fallimento della politica di accordo politico portata avanti da Chamberlain, ovvero il tentativo di venire incontro il più possibile alle pretese di Hitler con l'auspicio di evitare l'esplosione di un secondo conflitto mondiale. Il futuro primo ministro Winston Churchill avrebbe commentato l'accaduto con una frase divenuta celeberrima: «Potevano scegliere tra il disonore e la guerra; hanno scelto il disonore e avranno la guerra».
Oggi abbiamo il Donbass, è cambiata la posizione geografica ma abbiamo sempre come attori un dittatore e delle democrazie poco unite nel far fronte manifestando la loro debolezza rendendo cosi l'autocrate di turno sempre più arrogante nelle sue richieste. Oltre a questi episodi, credo che sia avvenuto un fatto importante nella totale disattenzione dei media: la Russia si è appena annessa la Bielorussia. Un’alleanza che trova una plastica conferma proprio nello stazionamento delle truppe russe nel territorio bielorusso, una presenza che durerà a lungo.
«Si vis pacem, para bellum», se vuoi la pace, prepara la guerra. Non sono un guerrafondaio ma uno dei mezzi più efficaci per assicurare la pace è quello di essere armati e in grado di difendersi, in modo da scoraggiare eventuali propositi aggressivi degli avversari. Se preferite «Ergo qui desiderat pacem, praeparet bellum», chi aspira alla pace, prepari la guerra. L’ironia della storia è che la prima frase latina qui indicata era il celeberrimo motto latino a corredo della stampa che celebrava l'incontro avvenuto a Pietroburgo nel 1898 tra lo zar Nicola II e il presidente francese Faure. L'alleanza tra le due potenze, cercata dai russi per attirare capitali da Parigi e dai francesi in funzione antitedesca, non evitò, ammesso che questo fosse lo scopo, il conflitto mondiale ma contribuì a ritardarlo di soli 16 anni.
Allora se si vuole la pace l’unica alternativa è il dialogo e l’ascolto anche delle ragioni dell’avversario, altrimenti ragioniamo come Napoleone I come scriveva nelle sue memorie il suo ex compagno di Accademia militare, Bourrienne: «Tutti conoscono l'adagio, ma se Napoleone fosse stato un'autorità nella lingua latina, avrebbe probabilmente invertito il detto in: "Si vis bellum para pacem, se vuoi la guerra prepara la pace"». (blog di Giorgio Cortese)








