
Quando ho visto per la prima volta il video in cui Papa Francesco che, sul volo che lo stava portando alle Filippine, diceva ai giornalisti: “chi dice una parolaccia contro la mia mamma, gli aspetta un pugno” ho sorriso. Anzi, ho proprio riso. Ma non per l’affermazione di per sè, che nei giorni seguenti ha scatenato notevoli polemiche, quanto per chi la stava dicendo.
Papa Francesco è l’immagine della tenerezza e della pacatezza, immaginarlo intento in uno scontro fisico mi è abbastanza difficile.
A molti dopo Ratzinger, ben vicino al classico stereotipo dell’arcigno e ingioiellato papa medievale, Bergoglio è sembrato un’autentica rivoluzione. Sta aprendo sul tema dell’omosessualità, combattendo i preti pedofili e si è anche espresso sulla teoria del Big Bang. Senza contare le continue accuse a ricchezza, mafia, guerra e corruzione. In molti lo criticano dicendo che tutto ciò sia frutto di un’immagine calcolata e costruita a tavolino ma non è possibile sapere se sia vero.
Quello che è certo è che molte persone si stanno riavvicinando a una Chiesa che ha finalmente un volto umano.
Tende a sfuggirci però il fatto che Papa Francesco, per quanto innovatore è pur sempre un papa, non un normale privato cittadino. E in quanto papa ha il compito di rappresentare (e governare) la Chiesa.
E’ stato accusato per aver preso una posizione si, di condanna verso il terrorismo, ma anche contro i giornalisti di Charlie, rei di avere ironizzato ripetutamente, e fortemente, sulle religioni.
Che cosa ci si poteva aspettare dal più alto rappresentante di una di queste religioni? Che facesse messa con la maglietta “Je suis Chiarlie” sopra l’abito talare?
La Chiesa è un’istituzione. E’ un’organizzazione diffusa in tutto il mondo, che rappresenta circa 1,3 miliardi di persone.
Il tempo di risposta del Vaticano al vorticoso cambiamento di usi e costumi dei tempi moderni è notoriamente lento, ma è normale.
D’altronde la dottrina cristiano-cattolica si basa su testi scritti in tempi in cui certe rivoluzioni tecnologiche e sociali con cui ci abbiamo a che fare tutti i giorni non erano neanche immaginabili. Fino al maro 1847 la mancanza di libertà di stampa nello Stato Pontificio permetteva al papato un controllo continuo e totale sull’informazione. Controllo non più possibile al giorno d’oggi.
Ciò che ha realmente fatto discutere è stato “il pugno” da alcuni visto come un incitamento alla violenza.
Erano indubbiamente altri tempi ma risuona ancora forte la voce di Arnaud Amaury che durante la crociata contro i catari rispondeva a un suo soldato che gli chiedeva come riconoscere i cattolici dagli eretici: “uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi”.
La storia della Chiesa Cattolica è la millenaria storia di una monarchia assoluta, oscurantista e violenta.
Questo è innegabile, ma è ormai passato.
La Storia è piena di errori, anche di enormi, ma io credo che questi non possano essere tirati fuori ogni volta che si resta a corto di argomenti durante un dibattito. Un “si, ma Hitler ha ucciso milioni di ebrei” non aiuta a mettere in difficoltà le argomentazioni di un tedesco tanto quanto un “ah bhè, ma voi avete fatto le crociate” non rende l’accusa di un cattolico verso le violenze dell’Isis o di Boko Haram meno valida.
Eliminando per un secondo dalla memoria il ricordo terribile delle crociate e dell’Inquisizione possiamo prendere le parole di Papa Francesco per quello che sono: una metafora.
Una condanna di chi deride, anche se con la satira e di conseguenza tentando di migliorarla secondo l’antico principio del castigare ridendo mores, la sacra istituzione da lui rappresentata e non un invito alla violenza, né reale né verbale. Una condanna che può non essere condivisa, ma che può sicuramente essere capita.











