
di Ombretta Bertoldo - Canavesealcentro
Il concetto di nomadismo ha un’accezione positiva o negativa?
Nel mondo del lavoro, il termine è stato spesso affiancato, negli scorsi anni, a quello di precario: senza posto fisso, nomade, appunto, da un lavoro all’altro. Con lo sviluppo del lavoro da remoto, conosciuto anche come smart working o lavoro agile, il concetto assume tutta un’altra valenza. Diventa un modo di lavorare ambìto, visto dai più come possibilità di staccarsi dallo stereotipo delle lunghe code in macchina o pesanti viaggi da pendolare per raggiungere il luogo di lavoro, conciliando così anche vita privata e professionale. Le professioni che meglio riescono e riusciranno a beneficiare di questo tipo di politica del lavoro sono quelle digitali. Il lavoratore che necessita solo di pc, telefono e poco altro per essere operativo può essere un nomade digitale felice.
Quali sono i trend oggi, in Italia ed Europa? Secondo una ricerca del Politecnico di Milano, il lavoro smart resterà in larga percentuale anche oltre l’emergenza sanitaria: per l’89% nelle grandi aziende e nel 62% di quelle della Pubblica Amministrazione.
Secondo Eurostat, l’Italia in generale è appena sotto la media europea della diffusione dello smart working, con il suo 12%. Il Paese con maggior diffusione è la Finlandia (25%), seguita da Lussemburgo ed Irlanda. A livello di percezione di gradimento del fenomeno, altri dati indicano che il 64% degli italiani è attratto dal nomadismo digitale.
Secondo il mio parere, questa tendenza non è una moda, ma è destinata a diventare sempre di più un fenomeno sociale consueto. Sarà interessante vedere come evolverà la legislazione in materia e, prima ancora, come reagirà il tessuto imprenditoriale italiano a questo evento.
Al di là degli impatti organizzativi e sociali del fenomeno sono particolarmente attratta da quelli sull’ecosistema in cui viviamo. Se davvero l’ufficio, in qualche modo, può essere “spostato”, perché non spostarlo in qualche posto bello. Chi può essere interessato a vivere nei dormitori e nelle periferie, senza alcuna attrattiva, se non quella di avere la comodità dei mezzi per andare al lavoro? Penso che molti luoghi rurali, anche distanti dai grandi centri, possano avere un nuovo sviluppo. Sento sempre più spesso parlare giovani che decidono di lasciare la città, alla ricerca di un ambiente più confortevole in cui vivere. Il fatto di poter essere nomadi digitali sicuramente è un fattore determinante in queste scelte di vita. Mi piace pensare alle nostre zone come veri e propri “incubatori” di nuova vitalità, di nuove comunità che scelgono il posto in cui vivere non in funzione della distanza dal posto del lavoro. Comunità fatte di persone che, trascorrendo più tempo nello spazio prescelto, abbiano anche maggiore cura del territorio, si sentano parte del sistema e contribuiscano a renderlo vitale, ricco intellettualmente ed esteticamente piacevole.











