
C’è tempo fino al prossimo 30 luglio, per studiare un menù per la NASA. Meglio chiarire: non si tratta di studiare il menù di una festa aziendale e neanche quello di un party per la prossima pensione di qualche dipendente anziano, ma di un serissimo concorso che l’ente spaziale americano ha lanciato in tutto il mondo, mettendo come ricompensa la rispettabile cifra di 500mila dollari.
Una sorta di MasterChef stellare a cui non importano nulla concetti come l’impiattamento o la nota acida che bilancia il piatto, ma che al contrario ha una sola e precisa richiesta: ideare il cibo per gli astronauti che in futuro ormai prossimo rimarranno nello spazio più profondo per periodi che potranno raggiungere anche i tre anni, e senza poter ricevere rifornimenti dalla Terra.
Ovviamente, la Deep Space Food Challenge, voluta alla Nasa e dall’ente spaziale canadese CSA, ha delle regole da rispettare che all’apparenza rendono la sfida difficile, se non impossibile: alimenti sani, sicuri, a impatto zero e se possibile anche saporiti, perché non c’è scritto da nessuna parte che fra le tante privazioni a cui sono sottoposti, i cosmonauti siano costretti a mandare giù roba molliccia, biancastra, insapore e dall’aria triste assai.
Nelle specifiche del concorso, la dottoressa Grace Douglas, scienziata alimentare del Johnson Space Center della Nasa di Houston, sottolinea: “Dobbiamo fornire cibo che soddisfi i requisiti calorici e nutrizionali dei nostri astronauti, ma vogliamo fare un ulteriore passo in avanti. Vogliamo che la varietà, l’accettabilità e il contenuto nutrizionale del sistema alimentare superino la soglia del mero sostegno del corpo e soddisfino anche il palato, diventando veicoli di promozione attiva della salute psicologica e fisiologica degli esploratori spaziali”.
Tutto questo tenendo conto della deperibilità degli alimenti dovuta alla scarsità di acqua e di luce solare, oltre ad un’evidente difficoltà di eliminare gli scarti, che quindi non devono esserci. Ed è anche fondamentale che le preparazioni non siano complicate, perché difficilmente gli astronauti hanno un passato da chef stellati. Una vera sfida quindi, che da Houston sperano sia risolta con qualche idea brillante sfociata dalla mente di una solita casalinga di Voghera, a patto che sappiano dove sia.
I progetti – o meglio, i menù – che supereranno la prima fase accederanno alla seconda, una sorta di Pressure Test in cui si sarà invitati a realizzarli nel corso di una prova pratica.
Ma al di là dell’ironia, la Nasa chiarisce che la questione scientifica, resa più popolare trasformandola in sfida, è di fondamentale importanza per il futuro dell’umanità stessa. Fra cambiamenti climatici e sovrappopolazione mondiale, diventa quasi impellente poter “spostare” il baricentro della produzione alimentare giocando in anticipo su un futuro distopico in cui disastri ambientali e conflitti dagli effetti devastanti possano colpire intere aree del pianeta.
Come accennato, c’è tempo fino a fine luglio per iscriversi e presentare le proprie proposte, con 25mila dollari in palio per i team americani, a fronte di uno stanziamento totale del progetto pari a 500mila dollari. Per le squadre di altre nazionalità, l’ente spaziale non prevede un compenso in denaro ma un riconoscimento ufficiale.
Un precedente risale al 2013, quando decine di porzioni di lasagne disidratate realizzate dallo chef stellato piemontese Davide Scabin volarono in orbita per raggiungere la Stazione Spaziale Internazionale che all’epoca ospitava anche Luca Parmitano.















