PSICOLOGIA – «Doomscrolling», la dipendenza dalle brutte notizie

Prima la crisi economica, i disastri delle Borse e dello Spread costati migliaia di posti di lavoro e immensi capitali andati in fumo, poi il Covid, con la litania serale dei morti, dei ricoveri, delle terapie intensive e dell’indice di contagio. Quindi il pianeta: gli incendi, le inondazioni, la siccità e i ghiacciai che si sciolgono, gli animali in pericolo e il conto alla rovescia degli esperti prima dell’apocalisse. Ora l’Ucraina: le stragi, i morti per le strade, i carri armati di Putin e gli appelli al mondo perché fermi la strage.

Metti tutto insieme, riempici qualche anno dall’inizio alla fine e ti accorgi che alle brutte notizie ci siamo così abituati che se per caso non ci fossero – malgrado non corriamo questo pericolo – andremmo a cercarcele. È una sindrome che ha perfino un nome e una diagnosi precisa: la psichiatra statunitense Steven Stosny la chiamata “Doomscrolling”, e tradotta in poche parole è la costante ricerca di notizie negative, in grado di nutrire la negatività interiore fino a far fiorire una sindrome depressiva.

Per l’Oxford Dictionary è una delle parole dell’anno da almeno il 2020, quando il mondo è stato travolto dal virus di cui ancora nessuno sa dove e perché sia nato.

Un’abitudine al peggio così radicata da diventare una dipendenza verso le brutte notizie e le immagini shock, senza le quali c’è gente che non riesce a prendere sonno scacciando pensieri piacevoli come le vacanze, la serata con gli amici, uno spettacolo a teatro o chissà cos’altro.

Notizie e immagini crude che lasciano un senso di spossatezza e profonda sfiducia verso il prossimo provocando ansia e aumentando la soglia sopportabile di stress.

Per gli americani, e a dire il vero non solo per loro, le agghiaccianti immagini dell’11 settembre, lo spaventoso attacco terroristico che ha colpito New York e Washington facendo temere il peggio, è ancora oggi motivo di enorme stress emotivo. Lo ha appurato un recente sondaggio realizzato negli States anche su quella generazione che nel 2001 non era ancora nata o era ancora nella culla.

Ricerche utili alle neuroscienze per capire ciò che è in grado di trascinare le menti più deboli e sensibili verso il baratro del Doomscrolling, qualcosa di molto simile alla “sindrome di Stoccolma”, quello stato di dipendenza psicologica e affettiva in cui la vittima si innamora perdutamente del proprio carnefice.