
di Germano Longo
Perfino i messicani, spettatori paganti della semifinale dei Mondiali ospitati in casa loro in quel lontano 1970, hanno voluto fissare per sempre il ricordo di El Partido del Siglo, la partita del secolo, con una targa che ancora oggi campeggia all’ingresso dello stadio “Azteca”.
Era una notte caldissima e afosa di mezzo secolo fa, quella leggendaria di “Italia-Germania”, la partita che anche le pietre da queste parti sanno come sia finita: 4 a 3, dopo 120 minuti da tachicardia in cui gli uomini di mister Valcareggi mostrano al mondo di cosa è capace il cuore grande degli italiani. Le voci di sottofondo, anche quelle consacrate ai ricordi indelebili di una notte irripetibile fatta di coraggio e fatica, erano di Nando Martellini per la diretta Rai ed Enrico Ameri per la radio.
L’Italia di Albertosi, Facchetti, Boninsegna e Riva era arrivata in semifinale senza entusiasmare, come spesso capita agli Azzurri: una vittoria striminzita contro la Svezia e due pareggi a reti inviolate con Uruguay e Israele. Poi, proprio contro i padroni di casa del Messico, gli uomini di Valcareggi si svegliano e liquidano la pratica con un secco 4-1, mentre in Italia, nei bar come sulle pagine dei giornali, si litiga sulla staffetta Mazzola-Rivera. La Germania Ovest messa insieme da Helmut Schön era ben altra cosa: dei panzer a cui era difficile rimproverare qualcosa che fino a quel momento avevano schiacciato gli avversari con risultati pieni e rotondi.
Eppure, milioni di italiani quel mercoledì 17 giugno 1970, si piazzano davanti al televisore alle 16 esatte, senza sapere che sarebbero rimasti lì fino a notte fonda. Dopo 8 minuti la scena è tutta per Bonimba, Roberto Boninsegna, che dal limite dell’area batte Sepp Maier. Per il resto dei 90 minuti, l’Italia si chiude in difesa nel disperato tentativo di arginare le armate tedesche. È proprio allo scadere, quando dalla Val d’Aosta a Lampedusa l’Italia è già in piedi con lo spumante in mano, che Karl-Heinz Schnellinger, ai tempi per di più in forza al Milan, riporta i conti in parità.
La partita vera è quella che va in scena nei minuti dei supplementari, mentre i 2.200 metri di altitudine di Città del Messico si fanno sentire sulle gambe delle due squadre. La Germania tenta la volata al 94’ con Gerd Muëller, quattro minuti dopo Tarcisio Burnich rende il favore. Tutto da rifare.
Dopo l’intervallo, al 104’, Gigi Riva sale in cattedra con un contropiede irresistibile: neanche sei minuti dopo, Muëller si fa trovare di nuovo puntuale all’appuntamento. Passano non di più 60 secondi, e Gianni Rivera, al 111’, mette la palla in rete regalando agli italiani una notte infinita di festa e ai tedeschi una rabbia cieca, trasformata in “caccia all’italiano” in tutta la Germania.
Dopo 32 anni, grazie ad una partita confusa, arruffata, senza più tattiche e schemi, gli Azzurri erano di nuovo in finale. La gioia evapora quattro giorni dopo, quando il Brasile di Pelé, Santos, Jairzinho, Torres e Tostao trafigge quattro volte la porta di Albertosi. Agli Azzurri la consolazione della rete della bandiera di Boninsegna, e l’affetto di un Paese che aveva vissuto sulla pelle qualcosa che andava ben oltre la semplice partita di calcio, diventando l’orgogliosa dimostrazione di cosa è capace un popolo che forse non arriva mai seguendo le regole, ma comunque arriva. Sempre.















