CINEMA - Mediterraneo compie 30 anni
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Correva eccome il 1991, primo anno del nuovo decennio dopo le abbuffate degli eighties: i facili, ricchi e opulenti anni Ottanta della Milano da bere e dell’Italia da sgranocchiare con cura.

Tutto stava per cambiare, tutto sarebbe cambiato. L’anno si era aperto il 4 gennaio con la strage del Pilastro della famigerata Banda della Uno bianca, un’accolita di gentaglia autori di 103 crimini, compresi 24 omicidi e 102 ferimenti. Ma il mondo trema l’11 gennaio, quando il congresso americano autorizza il presidente George Bush senior ad attaccare l’Iraq di Saddam Hussein: 7 giorni dopo, il caccia italiano di Maurizio Cocciolone e Gianmarco Bellini viene abbattuto dalle contraeree irachene e i due tenuti prigionieri per 47 lunghissimi giorni.

Il 31 gennaio di quell’anno, quasi in silenzio per non aggiungersi al frastuono, esce nei cinema Mediterraneo, film con cui il regista milanese Gabriele Salvatores annuncia di voler chiudere la trilogia della fuga, iniziata nel 1989 con Marrakech Express e proseguita l’anno successivo con Turnè. Mediterraneo è un film corale che si affida a interpreti dallo spessore teatrale, perfettamente capaci di dare un taglio profondo di umanità ai personaggi: Diego Abatantuono, Claudio Bigagli, Giuseppe Cederna, Ugo Conti, Claudio Bisio, Gigio Alberti e Antonio Catania. Senza poter contare sugli effetti speciali dei blockbuster di Hollywood, Mediterraneo si scontra con corazzate su pellicole dal successo garantito a tavolino, come Il silenzio degli innocenti, e l’impresa si rivela subito niente affatto semplice.

Girato sull’isola di Kastellorizo, tra Rodi e la Turchia, il film racconta la vicenda comica e amara di otto militari italiani che nel 1941 vengono inviati a presidiare un’isola greca senza nessun valore strategico, immersa nello straordinario paesaggio del mar Egeo. Un pugno di terra nel blu, tagliato fuori da ogni battaglia che conta, dove l’assenza di nemici trascina lentamente gli otto protagonisti verso una pace interiore che al mondo in quegli anni non sembrava interessare. C’è chi si riscopre la passione per la pittura, chi si innamora e chi fa di tutto per tornare a casa, ma visto nel suo complesso diventa un inno all’amicizia e all’italianità, quel senso di approssimazione e inadeguatezza cronica, ma a volte anche eroica, che il pianeta ci riconosce.

Una pellicola che, insieme alle altre della trilogia, è intimamente dedicata ad una generazione “In bilico fra un’utopia che sfuma e un realismo che incombe”. L’anno successivo, Mediterraneo vince l’Oscar come miglior film straniero e appena due anni dopo Nuovo Cinema Paradiso di Peppuccio Tornatore, un altro regista italiano arriva sul tetto del mondo: quella sera, incastonata nella storia del cinema italiano, Gabriele Salvatores riceve la statuetta direttamente dalle mani di Sylvester Stallone.

Ma ancora oggi, a trent’anni di distanza e dopo migliaia di repliche, il finale del film lascia l’amaro in bocca: è triste, malinconico e scoraggiante. Proprio come sa essere la vita, quando vuole.