ARTE – Vivian Maier, la fotografa bambinaia

Sembra uno di quei giochi beffardi del destino, ma della vita e del talento di Vivian Maier si è saputo pochissimo almeno fino a quando se n’è andata, nell’aprile del 2009. Tra la fine degli anni novanta e i primi anni del nuovo millennio, cercando di sopravvivere, senza fissa dimora e in gravi difficoltà economiche, Vivian aveva dovuto rinunciare ai suoi negativi, destinati ad andare all’asta a causa di un mancato pagamento. Nel 2007, parte del materiale viene acquistato da John Maloof, un agente immobiliare, che, affascinato da questa misteriosa fotografa inizia a cercare i suoi lavori dando vita a un archivio di oltre 120.000 negativi.

Stampate e messe in rete, le foto diventano un caso e alimentano la curiosità di sapere chi fosse l’autore.

Basta qualche ricerca per imbattersi in Vivian Maier, classe 1926, nata a New York fa madre francese e padre austriaco, una donna che aveva trascorso la maggior parte della sua giovinezza in Francia, iniziando a scattare le prime fotografie. Nel 1951 torna a vivere negli Stati Uniti e inizia a lavorare come tata per diverse famiglie. Un mestiere che manterrà per tutta la vita e che, a causa dell’instabilità economica, condizionerà alcune scelte importanti della sua produzione fotografica. Fotografa per vocazione, Vivian non esce mai di casa senza la macchina fotografica al collo e scatta compulsivamente con la sua Rolleiflex accumulando una quantità di rullini così numerosa da non riuscire a svilupparli tutti. Amava girare per le grandi città americane fotografando persone e situazioni, nascondendo al mondo un talento straordinario nella scelta dei soggetti, della luce e dei tagli delle sue immagini. Un’antesignana di quella che sarebbe diventata la “street photography”, ma anche un’artista intensa e poetica che per tutta la propria vita avrebbe chiuso tutto in un piccolo bozzolo, scegliendo l’invisibilità.

È dedicato all’arte di Vivian Maier la mostra che dal 9 febbraio al 26 giugno ospitano le Sale Chiablese dei Musei Reali di Torino. Inedita, arriva per la prima volta in Italia dopo una prima tappa al Musée du Luxembourg di Parigi e ha come obiettivo raccontare aspetti sconosciuti o poco noti della misteriosa vicenda umana e artistica di Vivian Maier, approfondendo nuovi capitoli o proponendo lavori finora inediti, come la serie di scatti realizzati durante il suo viaggio in Italia, in particolare a Torino e Genova, nell’estate del 1959.

La mostra, curata da Anne Morin, è co-organizzata da diChroma e dalla Réunion des Musées Nationaux - Grand Palais, prodotta dalla Società Ares srl con i Musei Reali e il patrocinio del Comune di Torino, e sostenuta da “Women In Motion”, un progetto ideato da Kering per valorizzare il talento delle donne in campo artistico e culturale.

L’esposizione presenta oltre 250 immagini, molte delle quali inedite o rare, come quelle a colori, scattate lungo tutto il corso della sua vita. A queste si aggiungono dieci filmati in formato Super 8, due audio con la sua voce e vari oggetti che le sono appartenuti come le sue macchine fotografiche Rolleiflex e Leica, e uno dei suoi cappelli.

“La mostra - dichiara Enrica Pagella, direttrice dei Musei Reali di Torino, propone una parte dell’opera ancora sconosciuta di Vivian Maier, universalmente apprezzata dopo il ritrovamento dei suoi archivi nel 2007, e indaga le origini della sua poetica, legata soprattutto alla sua tipica e ormai iconica osservazione street, un tema chiave oggi frequentato e condiviso anche tramite i social da fotografi di diversa cultura ed estrazione. La strada come attualità e contemporaneità, e, accanto, l’itinerario privato di una donna alla ricerca della sua identità”.

“Vivian Maier – afferma Anne Morin - è una fotografa amatoriale che cercava nella fotografia uno spazio di libertà. Benché il suo lavoro sia passato inosservato per tutto il corso della sua vita, si ritrova nella storia della fotografia a fianco dei più grandi maestri quali Robert Doisneau, Robert Frank o Helen Levitt”.

Il percorso espositivo tocca i temi più caratteristici della sua cifra stilistica e si apre con la serie di autoritratti in cui il suo sguardo severo si riflette negli specchi, nelle vetrine e la sua lunga ombra invade l’obiettivo quasi come se volesse finalmente presentarsi al pubblico che non ha mai voluto o potuto incontrare.

Una sezione è dedicata agli scatti catturati tra le strade di New York e Chicago: prediligeva i quartieri proletari delle città in cui aveva vissuto e instancabile, camminava incontrando sconosciuti che davanti al suo obiettivo diventano protagonisti, anche per una sola frazione di secondo, recitando inconsciamente un ruolo.

Le scene che diventano oggetto delle sue narrazioni sono spesso aneddoti, coincidenze, sviste della realtà, momenti della vita sociale a cui nessuno presta attenzione. Ognuna delle sue immagini si trova proprio nel luogo in cui l’ordinario fallisce, dove il reale scivola via e diventa straordinario.

Mentre cammina per la città, Vivian Maier a volte si sofferma su un volto. La maggior parte dei visi che scandiscono le sue passeggiate fotografiche sono quelli di persone che le assomigliano, che vivono ai margini del mondo illuminato dall’euforia del sogno americano. Parlano di povertà, lavori estenuanti, miseria e destini oscuri. Ognuno di questi ritratti, impassibile e austero, è colto frontalmente nel momento dello scatto. A questi fanno da contraltare quelli delle signore dell’alta borghesia, che reagiscono in modo offeso al palesarsi improvviso della fotografa.

Oltre ai ritratti, Vivian Maier si concentra sui gesti, mettendo insieme un inventario di atteggiamenti e posture delle persone fotografate che tradiscono un pensiero o un’intenzione. Le mani sono spesso le protagoniste di queste immagini perché raccontano, senza saperlo, la vita di coloro a cui appartengono.

Agli inizi degli anni sessanta si nota un cambiamento nel suo modo di fotografare. La sua relazione con il tempo sta cambiando, e il cinema sta già cominciando a insinuarsi e ad avere la precedenza sulla fotografia. Vivian Maier inizia a giocare con il movimento, creando sequenze cinetiche, come se cercasse di trasportare il linguaggio cinematografico in quello della fotografia, creando delle vere e proprie sequenze di film. Come naturale conseguenza, inizia a girare con la sua cinepresa Super 8, documentando tutto quello che passava davanti ai suoi occhi in modo frontale, senza artifici né montaggi.

Un importante capitolo della mostra è dedicato alle fotografie a colori. Se da un lato, i lavori in bianco e nero sono profondamente silenziosi, quelli a colori si presentano come uno spazio pieno di suoni. Un concetto musicale di colore sembra riecheggiare nello spazio urbano, come il blues che scorre per le strade di Chicago e, in particolare, nei quartieri popolari frequentati dalla Maier.

Non poteva mancare una sezione dedicata al tema dell’infanzia che ha accompagnato Vivian Maier per tutto il corso della vita. A causa della sua vicinanza ai bambini per così tanti anni, era in grado di vedere il mondo con una capacità unica. Come governante e bambinaia per quasi quarant'anni, ha dedicato parte della sua vita ai bambini documentando volti, emozioni, espressioni, smorfie e sguardi, così come i giochi e la fantasia.

INFO PRATICHE

VIVIAN MAIER. INEDITA

Torino, Musei Reali | Sale Chiablese (piazza san Giovanni 2)

9 febbraio – 26 giugno 2022

Orari: martedì-venerdì 10/19; sabato e domenica 10/21

Ingressi: intero: € 15,00; ridotto: € 12,00;

Contatti: tel. 338 169 1652; info@vivianmaier.it

www.vivianmaier.it