
Siamo abituati a immaginarlo come un tizio che passa le giornate in palestra, a montare muscoli che il resto della popolazione mondiale forse neanche possiede, per poi mostrarli nei film che fanno la gioia dei box office di tutto il mondo.
Eppure Sylvester Stallone, nato 75 anni fa in un ospedale di carità di Hell’s Kitchen (ai tempi pessimo quartiere di New York) ha un’anima artistica nascosta che pochi - familiari e amici a parte - conoscono. “Sly”, come lo chiamano sulle colline di Hollywood, deve tutto all’infinita saga di “Rocky” e a quella del guerrafondaio “Rambo”, due personaggi che gli sono valsi popolarità, ricchezza e un posto di riguardo nel firmamento del cinema mondiale. Entrambi, in qualche modo, raccontano la sua storia di borgataro americano che arriva in cima al mondo mettendoci impegno e forza di volontà: il sogno americano fatto persona, modo molto americano di dare una definizione a quelle scalate irresistibili che il destino offre a qualcuno prendendolo dal basso per trascinarlo nella stratosfera.
Ma Sly, meglio ripeterlo, non è solo questo. Nel tempo libero, fin da quando era un bambino affetto da rachitisimo, ha sempre amato l’arte, sia quella consacrata dai grandi musei, che quella creata di persona mettendo mano a colori e pennelli. Un lato oscuro e privato, che lui stesso ha descritto così: “Penso di essere molto meglio come pittore che come attore. La pittura è un percorso molto più intimo in cui sono libero di fare solo quello che mi va”.
Il primo quadro, ha ricordato Sly inaugurando una sua personale all’Osthaus Museum di Hagen, in Germania, in occasione del suo 75esimo compleanno, l’ha dipinto a 8 anni, giungendo ormai alla rispettabile cifra di circa 400 opere realizzate nell’arco della vita.
E anche quando ha scelto la carriera artistica, la pittura lo ha sempre aiutato nel dare carattere ai suoi personaggi. Un concetto che Stallone spiega raccontando la genesi della prima immagine di Rocky, nata da un dipinto in cui ha tentato di dare volto allo “stallone italiano”, un riferimento visivo utile mentre nasceva la sceneggiatura del primo film, quello del 1977, in cui il futuro campione del mondo dei massimi è solo un mediocre pugile di Philadelphia a cui qualche santo regala l’occasione della vita. “Quando ho iniziato a lavorare sull’immagine di Rocky non volevo usare un pennello perché sentivo che il personaggio era un uomo forgiato dalle difficoltà della vita. Così ho scelto di scolpirla con un cacciavite, poi ho preso dei ritagli di giornale e all’improvviso l’immagine di Rocky ha preso vita. Ricordo di aver detto: questo è un personaggio interessante”.
Negli anni, la pittura di Stallone si è spostata verso l’arte concettuale, il surrealismo e l’astrazione, con un uso “audace” dei colori accostato a elementi visivi spesso ricorrenti, come gli orologi. Ma la differenza fra un imbrattatele e un talento, nel mondo dell’arte lo decide il giudizio della critica, che nel caso di Stallone marcia compatta: “La sua pittura racchiude un’energia irrequieta e repressa mostrata da un uso quasi ossessivo del rosso vivo”. Recensioni che hanno fatto schizzare alle stelle le poche opere da cui Sly accetta di privarsi, valutate fra i 50 ed i 120mila dollari.
In mostra all’Osthaus Museum fino al prossimo 20 febbraio, una cinquantina di quadri realizzati dagli anni Sessanta ad oggi, tra cui molti autoritratti mai mostrati in pubblico.















