
Le semifinali del Mondiale saranno Germania-Brasile e Olanda-Argentina. Entrambe le sfide sono già state, in passato, una finale di Coppa del Mondo. Rispettivamente Giappone e Corea 2002 (2-0 per la Selecao di Ronaldo) e Argentina 1978 (3-1 per l’albiceleste di Mario Kempes). Corsi e ricorsi storici che la dicono lunga sui quarti di nobiltà delle pretendenti al titolo. Complessivamente in campo ci saranno dieci allori mondiali. Troppa grazia.
Tuttavia, piuttosto che sulla sassata vincente scagliata da Gonzalo Higuain o sulla spocchia baldanzosa del portiere oranje part-time Krul, specializzato in parate dagli undici metri, preferiamo virare su qualcosa di tanto bello quanto misterioso nel rutilante mondo del calcio. L’elogio di una sconfitta e di chi sa accettarla dopo essersi opposto con tutte le forze. Una situazione sconosciuta all’Italia pallonara (e non solo). Serate come quella di Salvador de Bahia e uscite di scena a testa alta come quella del Costarica sono un’epifania e una lezione con la lettera “L” maiuscola per il nostro decadente “calcetto” italicus, naufragato come la Costa Concordia sull’urticante spiaggia dell’aforisma partorito dalla fervida (?) immaginazione di Giampiero Boniperti, secondo cui “vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”.
La strenue resistenza ai tulipani della truppa di Jorge Luis Pinto, indomita fino oltre ogni immaginabile zona Cesarini, è stata talmente ammagliante da spingere anche la dea bendata a riconoscerne la grandezza, con gli effetti speciali di tre legni/bastoni messi tra le ruote degli olandesi volanti. Il Costarica, a differenza dei sapientoni azzurri, ha fatto tanto con poco: un portiere, Keilor Navas in stato di grazia, una buona organizzazione difensiva, un discreto dieci come Bryan Ruiz e molta palla lunga e pedalare. L’eliminazione dei ticos è da oscar pure per la grande bellezza della forza della disperazione messa da Urena nel bussare senza fortuna alla porta avversaria al 120esimo. L’ultima orgogliosa ribellione di Acosta e compagni alla fine del sogno. Il resto, ad un dischetto da una storica semifinale, è la visione del “loco” Louis Van Gaal: fuori all’ultimo secondo di partita Cillessen, dentro Krul e sipario.
Tag:








