LAVORO - Confindustria Canavese lancia l'allarme: «Per le imprese servono più aiuti dal Governo»

IVREA - La diffusione del virus ha portato al blocco di quasi tutte le attività produttive per quasi due mesi, la nostra economia ha subito un rallentamento senza precedenti e le ricadute di tale arresto potrebbero essere estremamente pesanti. Da circa un paio di settimane l’attività è ripresa, però nessuna delle aziende del Canavese lavora a pieno ritmo, al massimo al 50-70% delle sue capacità produttive: ciò è dovuto a molteplici fattori ma principalmente al fatto che scarseggiano gli ordini. La ripresa non vale poi per il settore turistico-ricettivo, uno dei più danneggiati anche in Canavese, che resta immobile come in piena emergenza.

In questi mesi il dialogo di Confindustria nazionale con il Governo è stato serrato e, con l’evolversi della situazione, Confindustria ha man mano definito e trasmesso al Governo molteplici documenti contenenti proposte che avevano principalmente l’obiettivo di salvare le imprese italiane. Il Decreto Rilancio ha una “potenza di fuoco” in astratto significativa, pari a quella di due leggi di bilancio considerate insieme. Tuttavia, se valutato alla luce della necessità di stimolare gli investimenti, il Decreto non sembra in grado di produrre un impatto determinante. Infatti, manca un disegno complessivo volto a stimolare nuova domanda privata e anche pubblica, nel rispetto di un vincolo del debito più che mai pressante. Non vi è traccia di strategie per rendere attuale la domanda “latente” di consumi e investimenti. In altre parole, e contrariamente al “nome” scelto per comunicarlo, il Decreto non delinea una reale e ben definita strategia di rilancio dell’economia del Paese.

Ne sono convinti a Confindustria Canavese. «Ciò è dovuto, principalmente, all’eccessiva frammentazione delle misure - alcune delle quali aventi obiettivi comuni - che occupano 260 pagine della Gazzetta Ufficiale e finiscono per parcellizzare le pur cospicue risorse su un elenco troppo vasto, e a tratti confuso, di capitoli di intervento. Inoltre - come per tanti altri provvedimenti analoghi - molte delle misure adottate non saranno immediatamente “disponibili”, in quanto la loro efficacia è subordinata a una laboriosa attività di implementazione, che passerà per circa 90 decreti attuativi, necessari a definirne l’operatività. La non celere adozione di questi provvedimenti potrà ritardare l’accesso a misure qualificanti. Ritardo che, peraltro, sarà favorito dall’eccessiva frammentazione già richiamata, anche per l’assenza di modalità chiare e semplificate per l’accesso agli interventi di sostegno».

In buona sintesi: le aziende hanno perso fatturato, perso ordini, perso clienti, in molti casi hanno dovuto anticipare i soldi della cassa integrazione e, per contro, sono state costrette a fare investimenti e a sostenere costi improvvisi e inattesi. «Abbiamo chiesto al Governo liquidità immediata, fondamentale per aiutare le imprese a ripartire. Ma la liquidità non è arrivata, almeno non nella quantità né nelle modalità necessarie per aiutare veramente le imprese a ripartire. Manca soprattutto una liquidità fatta di contributi a fondo perduto, ingredienti essenziali per superare la crisi». In tutto questo tumulto sono partite le attività ispettive per la verifica del rispetto delle normative per la sicurezza. «E’ certamente positivo il fatto che si voglia controllare che il protocollo venga rispettato, ma non deve esserci un clima di avversione alle imprese perché gli imprenditori non sono dei criminali indifferenti alla salute dei propri collaboratori. Questo è assolutamente sbagliato: le nostre aziende hanno a cuore le proprie risorse umane».
 
«Le aziende si stanno impegnando al massimo per adattarsi a una situazione nuova e prima inimmaginabile e per fare in modo che questo periodo possa presto diventare soltanto un brutto e lontano ricordo”, dichiara Patrizia Paglia, presidente di Confindustria Canavese. “Alcune imprese si sono reinventate, altre hanno fatto delle vere e proprie rivoluzioni organizzative per non rischiare di trovarsi nella condizione di chiudere o di ridurre drasticamente la propria attività. Insomma, il mondo delle imprese sta dimostrando di fare la sua parte. Ma da solo non può vincere questa battaglia. Le imprese nel loro insieme sono il motore di sviluppo del Paese, se il motore si guasta si rischia lo sfacelo. Questo è il motivo per cui chiediamo al nostro Governo un maggiore sforzo per riavviare il motore della macchina sociale ed economica dell’Italia a permetterle di rimettersi in marcia a pieno ritmo. Un sacrificio che credo valga assolutamente la pena fare».