La sensazione, dopo tanti anni di vicissitudini dentro e fuori i tribunali, è che fino a quando c'era da «mangiare», nessuno, ma proprio nessuno, si è interessato alla sorti dell'Asa, la multi-utility dell'alto Canavese per la quale, la scorsa settimana, è stato presentato il conto. Alcuni sindaci, oggi, fanno orecchie da mercante. Dimenticano quello che è successo fino all'altro ieri e si stupiscono di cose note a tutti. Come l'esistenza di un distributore di benzina in capo al consorzio dei rifiuti. Mai autorizzato da nessuno, a sentire qualche primo cittadino, eppure funzionante per diversi anni senza generare scandalo alcuno negli amministratori. Solo oggi, che c'è il conto da pagare, qualche sindaco parla di cattiva gestione. Meglio tardi che mai...
Riportiamo, qui sotto, un'intervista pubblicata nel 2011 dal quotidiano La Stampa. Parla Emidio Filipponi, l'ex numero uno dell'Asa. Voluto da sindaci e rimasto in sella all'azienda per diversi anni. Ovviamente, quando le cose sono andate a rotoli, è diventato il nemico. Prima ne erano state persino respinte le dimissioni... Ora, l'intervista è del 2011 ma è di fortissima attualità, dal momento che, dopo tanti anni, la vicenda Asa non è ancora conclusa e, probabilmente, andrà avanti ancora per un bel pezzo...
Come ha fatto l’Asa ad accumulare un debito simile? «Il punto di svolta è arrivato nel maggio del 2008 – racconta Filipponi a La Stampa – con le indagini dei carabinieri del Noe (in quell’occasione, il direttore e altri quattro finirono agli arresti domiciliari per un presunto stoccaggio illecito di rifiuti. Sono stati assolti). Un paio di banche ritirarono subito il loro supporto ai nostri investimenti. Perdemmo 15 milioni di euro in un colpo solo. Fu l’inizio della fine. Fino al 2007 avevamo chiuso tutti i bilanci in pareggio».
A fine 2008, dopo le indagini della procura, a fronte di 20 milioni di euro di debiti, l’Asa chiese ai Comuni di intervenire per ricapitalizzare l’azienda. Tutti i sindaci d’accordo. Poi nessuno cacciò un euro… «Nessun Comune ha mai messo una lira per diventare socio dell’Asa. Nei nostri auspici, grazie alla sinergia del territorio, l’azienda avrebbe dovuto restare in piedi, con le bollette e la gestione degli impianti. Non avevamo capitali ma riuscimmo ad aprire persino la discarica».
I sindacati hanno bollato l’Asa come “l’ufficio di collocamento del Canavese”. Quanti sindaci hanno bussato alla sua porta per far assumere dei dipendenti? «Praticamente tutti. Ma non erano assunzioni di favore. Spesso erano il tentativo di aiutare persone in difficoltà. Avevamo deciso di fare dell’Asa l’azienda di riferimento di tutto il territorio, in grado di dare una mano un po’ ovunque».
Non ha mai pensato di farsi da parte? «Ho presentato due volte le mie dimissioni all’assemblea dei sindaci. Sono state sempre respinte. All’unanimità».