FORNO CANAVESE - Così il paese ha scoperto un legame con la tragedia della Shoah

FORNO CANAVESE - Il perdurare dell’emergenza sanitaria ha impedito di celebrare il 27 gennaio, giorno della Memoria, con degli eventi aperti a tutti i cittadini. L’Amministrazione Comunale di Forno Canavese vuole comunque invitare tutti a rivolgere un pensiero particolare all’immane tragedia che si consumò nei campi di sterminio, condividendo con i fornesi un «tassello» di storia recente che incrocia quella più grande e terribile della Shoah. 

Alcuni testimoni dei tragici fatti dell’8/9 dicembre 1943 hanno raccontato in anni passati (ad esesempio nell’opuscolo commemorativo della battaglia di monte Soglio pubblicato nel 1973) della presenza in quei terribili giorni di un ebreo (arrestato e portato via dai nazisti). È stato possibile dare un volto e un nome a questa persona – e alla sua famiglia - grazie all’incontro con il giornalista Fabrizio Rondolino, che, ricostruendo la vicenda della famiglia del fratello della nonna, ha scoperto la loro presenza a Forno proprio in quei tragici giorni. E' così venuta alla luce la storia di Alessandro Colombo, della moglie Wanda Foa e della figlioletta Elena (nella foto).

Sandro Colombo, nato nel 1895, appartiene a una famiglia della buona borghesia torinese; studia in un istituto tecnico, partecipa alla Grande Guerra. Dopo la guerra, tornato a Torino, avvia un’attività di imballaggi per dolciumi. Sposa Wanda Foa, nata nel 1914; nel 1933 nasce la figlia Elena. La famiglia vive in via Piazzi, al n. 3. Questo è l’ultimo domicilio conosciuto e qui il 14 gennaio 2020 sono state poste 3 pietre d’inciampo, opera dell’artista tedesco Gunter Dumnig. Come per tutti gli ebrei italiani, le cose cambiano tragicamente dopo la promulgazione, nel 1938, delle leggi razziali. Tutto precipita dopo l’8 settembre 1943: nasce la repubblica di Salò, i tedeschi arrivano a Torino. Sandro e Wanda si rifugiano a Forno, ai Milani. Rimane per ora nel campo delle ipotesi il motivo per cui i Colombo si siano rifugiati proprio qui da noi. Nel registro dell’Archivio Comunale in cui sono elencati gli sfollati da Torino negli anni 1942 / 43, risulta rientrato a Forno, a case Vieta, con la famiglia, Nicola Alfonso, il comandante Nicola del gruppo partigiano che opererà nella nostra zona. 

Anche Alfonso abitava in via Piazzi, al n.17: possiamo pensare che conoscesse i Colombo e potrebbe aver consigliato le nostre montagne come un rifugio sicuro. Non dobbiamo però dimenticare la presenza, dal 1940, al Santuario, come cappellano, di don Felice Pol, fratello del priore, don Michele. Don Felice era stato viceparroco nella parrocchia di S. Pietro e Paolo, in largo Saluzzo. Anche don Felice aveva fatto la guerra: poteva aver conosciuto Sandro e continuato a tenere i contatti a Torino. Nella cronaca del bollettino parrocchiale del gennaio 1944, a proposito dei fatti dell’8 dicembre, don Felice scrive: «Verso le 15, ora del vespro, nuovo trasporto dal cortile dei Vernetto al carro (si trattava di armi e munizioni dei tedeschi). Effettuato il carico, furono presi alcuni uomini: Bepet, Mini d’Ana, Manavệtte, Colombo, che con me ebbero l’onore di essere improvvisati... artiglieri e messi a tirare un cannoncino fino a Forno». 

Don Felice, a differenza di altri testimoni (compreso il fratello nella relazione alla diocesi, inviata nel 1945) dimostra di conoscere questa persona, per lo meno indicandola con il suo nome. Possiamo immaginare che la famiglia Colombo abbia avuto qualche forma di protezione da parte sua. Dopo quella tragica giornata, Sandro e Wanda sono portati alle Nuove, il 9 dicembre. Poi trasferiti a Milano nel carcere di san Vittore. Caricati sui vagoni piombati in partenza dalla stazione Centrale, arrivano ad Auschwitz il 6 febbraio. Wanda e Sandro, come tutte le coppie, sono separati all’arrivo: lei non supera la selezione e viene mandata subito alla camera a gas. Sandro sopravvive per 10 mesi, pur nelle condizioni disumane del lager. Muore il 30 novembre, quando già le camere a gas erano state smantellate e l’armata Rossa avanzava rapidamente. Non sappiamo come muore: di sfinimento, di tubercolosi, o forse di botte... Non ce la fa per pochi mesi: il 27 gennaio 1945 i Russi entrano nel campo.

Qual è la sorte della piccola Elena? È arrestata probabilmente anche lei a Forno; viene portata a Torino e affidata dai tedeschi (non è chiaro per quali motivi) alla famiglia De Munari, amica dei Colombo, poi prelevata dalle SS il 9 marzo '44 e portata all'istituto Charitas, all’epoca un istituto per l’infanzia abbandonata; qui rimane fino 25 marzo ’44, quando viene deportata prima nel campo di Fossoli e poi ad Auschwitz, il 5 aprile 1944. Elena non sopravvive: come molti dei bambini arrivati nel lager, viene probabilmente mandata quasi subito alla camera a gas. Tragedia nella tragedia, Elena è l’unico caso documentato in cui un bambino ha dovuto affrontare da solo la deportazione e la camera a gas. 

«Non è necessario aggiungere altro a questa storia, che somiglia ad altre migliaia di storie di persone comuni, normali, cancellate dalla follia nazista - spiegano dal Comune - tanto basti per impegnare ognuno di noi, a ricordare, dal momento che sono ormai pochissimi i testimoni viventi della Shoah, e a vigilare perché non riemergano dal buio della Storia comportamenti simili di odio e intolleranza. Una postilla: un ringraziamento a Fabrizio Rondolino per aver fornito le notizie riguardanti la famiglia Colombo, pubblicate in parte in un articolo su L’Espresso del 12 gennaio 2020 e in parte comunicate a titolo di amicizia».