Vitae, il coraggio della memoria che illumina il presente

di Giorgio Cortese

Ci sono storie che non appartengono solo al passato, ma continuano a vivere ogni volta che qualcuno sceglie di raccontarle. Storie fatte di coraggio silenzioso, di gesti semplici e straordinari allo stesso tempo, capaci di attraversare gli anni e parlare ancora oggi alle nostre coscienze. È da questa esigenza profonda che nasce “Vitae: racconti e ricordi”, lo spettacolo che andrà in scena giovedì 9 aprile alle ore 21.00 al salone polivalente di Favria, in via Nardo Barberis 6, a cura del gruppo “Facciamo Memoria”.

L’iniziativa ha un obiettivo chiaro e necessario: far conoscere alle nuove generazioni le vicende vissute nel 1944 da tre donne: Cecilia Genisio, Elena Recanati Foa e Clotilde Roda Boggio, conosciuta come “Mamma Tilde”. Tre storie diverse, intrecciate tra loro, unite da una forza comune: quella delle donne che sanno creare la vita, proteggerla e difenderla anche nei momenti più bui della storia. È la forza dell’amore, quella che non distrugge ma resiste, che trova spazio anche quando tutto sembra perduto. Lo spettacolo nasce da un percorso già avviato negli anni attraverso incontri e testimonianze rivolti soprattutto agli studenti. Oggi quelle parole prendono corpo in una forma nuova, più intensa e coinvolgente: il teatro. Una scelta che permette di rendere ancora più vivi e tangibili i fatti raccontati, ma che porta con sé anche una particolarità unica. A interpretare le protagoniste sono infatti i loro stessi familiari. Cristina Bernard è figlia di Cecilia Genisio, Sandra Boggio è nipote di Mamma Tilde, mentre il ruolo di Elena è affidato a Gabriella Garda, attrice dilettante di grande esperienza. Con loro sul palco anche i musicisti Fulvio Biesta e Luca Bertot e la voce di Catia Sale, che accompagneranno il racconto rendendolo ancora più suggestivo.

Questa scelta artistica è potente e carica di significato. Da un lato rappresenta un atto d’amore, una volontà concreta di tramandare la memoria attraverso le parole di chi l’ha vissuta. Dall’altro, però, ci invita a riflettere: se sono i figli e i nipoti a dover ridare voce ai protagonisti, significa che qualcosa si è interrotto, che nella società si è creato un vuoto di memoria. Un vuoto pericoloso, perché proprio quando si smette di ricordare, certi valori si affievoliscono e rischiano di lasciare spazio a ciò che si pensava ormai superato.

Tra le vicende raccontate, spicca quella di “Mamma Tilde”, Clotilde Roda Boggio, riconosciuta come Giusta fra le Nazioni. Durante la guerra accolse in casa un bambino ebreo di soli nove mesi, i cui genitori erano stati catturati dai nazisti e deportati. Per salvarlo lo fece passare per suo figlio, proteggendolo per un anno intero. Un gesto che non ha bisogno di essere enfatizzato: basta raccontarlo per comprenderne la grandezza. Accanto alla sua storia, quella della staffetta partigiana Cecilia Genisio e quella di Elena Recanati, madre del bambino, sopravvissuta al lager e capace di riabbracciare suo figlio. Tre vite che si sfiorano, si sostengono, si salvano.

“Vitae” non è solo uno spettacolo, ma un invito a fermarsi e ad ascoltare. Non cerca la perfezione scenica, ma la verità delle emozioni. Le esitazioni, l’intensità, la semplicità della recitazione restituiscono l’umanità di persone comuni che, in un momento straordinario, hanno compiuto scelte più grandi di loro. Ricordare ciò che è stato non è un esercizio nostalgico, ma un atto di responsabilità. La memoria non serve a restare ancorati al passato, ma a dare un senso al presente e una direzione al futuro. Perché solo se continuiamo a raccontare, ad ascoltare e a custodire queste storie, possiamo sperare di riconoscere i segnali del tempo in cui viviamo e di non ripetere gli stessi errori.

In fondo, la memoria è come una luce: non cambia ciò che è stato, ma illumina il cammino che abbiamo davanti. E sta a noi decidere se camminare al buio o portarla con noi.