
Alle ideologie si può credere come no. Io provo una grande tristezza nel pensare al loro fallimento. È un dramma esistenziale: degli esseri umani hanno sacrificato tutto quello che avevano. Tempo, soldi, famiglia e in alcuni casi la loro stessa vita. E il tutto per? Per ritrovarsi sconfitti, demonizzati o ancora peggio esorcizzati: è stato tutto inutile.
Ernesto Guevara, detto "Che" perché come tutti gli argentini usava questa parola come intercalare, era figlio di "borghesi", di borghesi benestanti. Era una persona di grandissima empatia e aveva studiato medicina. A casa di amici aveva incontrato l'avvocato e giornalista Fidel Castro. Fidel era comunista, anzi per meglio dire era un comunista rivoluzionario e aveva una grande idea in mente: “liberare” Cuba. Ernesto, ipnotizzato dalla parlantina e dalle idee stesse del nuovo amico, decide di seguirlo.
L'impresa, contro ogni previsione, riesce e a Cuba nasce un regime comunista. Ma Ernesto non è contento. A suo modo di vedere, nel mondo, c'è ancora fin troppa miseria. Diventa rivoluzionario di professione. Muore in Bolivia mentre cerca di liberare un popolo che in realtà, di essere "liberato", non era poi così contento. La più grande sfortuna di Ernesto è stata quella di essere un bell'uomo, un bell'uomo incredibilmente carismatico. È bastata una sola foto, scattata da Elliott Erwitt, per distruggerne l'intera impresa.
Ora capita molto spesso di vedere il suo sguardo volitivo, ridotto ai toni del nero risaltare da magliette rosse indossate da persone di tutti i tipi, "Ernesto chi?". C'è persino una marca di sigarette col suo nome. Si può credere o non credere negli ideali in cui lui credeva ma c'è qualcosa di incredibilmente triste in questa tragedia degli opposti in cui un uomo finisce per diventare strumento di coloro che ha combattuto. Non si sa dove sia sepolto Ernesto Guevara, ma sono sicuro che ormai si sia persino stancato di rivoltarsi nella tomba.











