Gambling online: la favola dell’anonimato è un boomerang

La voglia di giocare è direttamente proporzionale al timore che ciò si sappia, soprattutto agli occhi ed orecchie di chi ci conosce. Questa prima regola non scritta di chi pratica gambling online si crede venga meno, grazie all’utilizzo dell’anonimato, in realtà non è proprio così. Come illustra un articolo sul rapporto gambling-anonimato pubblicato su Giochidislots, la possibilità delle concessionarie di assumere i dati sensibili di ciascun iscritto sottopone i giocatori virtuali ad una serie di targetizzazioni che verranno usate per offrire loro promozioni, offerte ed inviti su misura.

L’illusione è spesso figlia della non conoscenza di come in realtà le cose stanno: iscriversi tramite nickname sulla rete ci rende sicuramente ignoti al cospetto di chi ci conosce, qualora dovessimo imbatterci in uno di loro nei molteplici tornei e sfide presenti su web. Non saremo però anonimi agli occhi di chi ci ospita, di chi raccoglie i nostri dati di iscrizione e che puntualmente li sfrutterà per stalkerizzarci a livello promozionale.

L’Alea, nata del 2000 da un’idea del sociologo Maurizio Fiasco si è preposta lo scopo, sin qui vano, di utilizzare questa serie di dati sensibili per schedare ed identificare tutti quei giocatori che sono sfociati in una vera e propria patologia legata a questo dilagante fenomeno. Affinché ciò avvenga i dati debbono essere pubblici, cosa che però non avviene: essi finiscono nelle mani invece dell’organizzazione industriale del gioco d’azzardo, che solo in Italia conta circa 3,4 milioni di giocatori.

Uno studio accurato basato su un database di dati profilati è estremamente utile per fidelizzare ulteriormente l’utente: persino il Politecnico di Milano studia per conto delle concessionarie una serie di servizi da sottoporre in chiave marketing. Il paradosso è che questi dati sono sì in mano alle sale da gioco, ma non al Ministero della Salute, che potrebbe sfruttare questi numeri per combattere il gioco d’azzardo patologico e compulsivo.

Dunque, nessun anonimato, anche banalmente dovuto all’IP identificativo, che permette di risalire al server dal quale ci si sta collegando per giocare. E pensare che si credeva di vivere su di un’isola felice, soli ed ignoti al resto del mondo, liberi dalla vergogna diffusa fra i giocatori più accaniti. Senza doverci guardare attorno quando entriamo in una sala fisica, col terrore di incontrare qualcuno che ci conosce, sebbene sia lì per lo stesso identico motivo.

Il web ci viene in soccorso, comodità infinità a livello spaziale e temporale: ma sull’anonimato, nemmeno il magico mondo dell’online può fare nulla.