
IVREA - La letteratura calcistica è ricca di romanzi, autobiografie che narrano grandi vittorie, straordinarie imprese, ma anche eroiche sconfitte e umane disillusioni. E’ la magia del football, che si manifesta soprattutto quando queste storie riavvolgono il nastro del tempo e ci riportano indietro ad un calcio più genuino, appassionato, sicuramente meno tecnologico, ma più umano. Rientra in questa categoria anche l’ultimo libro, «Rimpalli» (edito da Voglino), scritto da Teodoro Lorenzo: stimato avvocato per professione, poliedrico autore per vocazione.
Da dove nasce la sua passione per la scrittura? «Nel maggio del 1979, durante una partita in notturna ad Abbiategrasso contro il Sant'Angelo Lodigiani, subii la frattura del femore destro. Avevo 17 anni, giocavo nei ragazzi della Juventus. Proprio durante la degenza in ospedale, necessaria a seguito dell'intervento chirurgico, degenza durata un mese, ho scritto un racconto. Parlava di un calciatore e di un infortunio. Si intitolava Il campione. Da lì è cominciato tutto. Ho scoperto che scrivere mi faceva stare bene, ordinava le cose e mi faceva scoprire me stesso. La scrittura per me non è né una vocazione né una passione. Non scrivo sempre e non scrivo di tutto. Devo sentire qualcosa dentro di me, qualcosa che mi riguarda intimamente, ancora vaga e indefinita ma che spinge per uscire. Una fiamma che brucia sottopelle. Allora scrivo, per dare forma e ordine a quella vaghezza e spegnere quella fiamma. Parlerei quindi di psicanalisi. C'è il vantaggio che risparmio i soldi del dottore».
Parafrasando un celebre film diretto da Alfred Hitchcock, lei è «l’uomo che visse due volte» con un passato da talentuoso sportivo. Da calciatore ha infatti militato nelle giovanili della Juventus, per poi approdare nell’Alessandria e nell’Ivrea tra serie D e serie C. Ci racconta qualcosa del Teodoro Lorenzo con «coi piedi buoni»?: «Ero un giocatore con ottimi mezzi tecnici ed atletici. Non ero un grande colpitore di testa perché mi mancava il tempismo ma l'altezza mi permetteva di non sfigurare nemmeno nei duelli aerei. Giocavo con entrambi i piedi; sapevo difendere ed attaccare. Ero insomma un giocatore abbastanza completo. Ma, attenzione, delle tre C che occorrono per diventare un giocatore vero, per vero intendo un giocatore di serie A o serie B, io ne avevo solo una: capacità. Che è anche quella che conta di meno. Le altre due non le dico, ma sul libro è tutto ben spiegato».
Il suo ultimo romanzo si intitola «Rimpalli»? Di cosa tratta?: «Lo definirei un ibrido, a metà tra saggio e memoir. Parlo di calcio naturalmente, com'era e com'è diventato, della mia esperienza calcistica, di Pelè, Maradona, Sacchi, della Juventus, di Anastasi. E poi di Torino, dei Savoia, di Primo Levi, di Garibaldi… Ma parlo soprattutto della mia infanzia; quella era la fiamma che mi bruciava sottopelle. Perchè scrivere della mia infanzia era l'unico modo per stare vicino a mia mamma, che ho perso da poco».
Tra le pagine di «Rimpalli» ha diritto di cittadinanza, oltre a Maradona, Pelè, la Juventus e Sacchi, anche il Canavese. In un capitolo si parla dell'Ivrea Calcio, annata 1982/1983, presidente Gian Marco Calleri. Che ricordi ha di quella squadra nella quale ha giocato e del nostro territorio? «Calleri era un uomo molto ricco e molto ambizioso. Aveva giocato a calcio in gioventù e quella passione gli era rimasta nel cuore. Voleva entrare nel mondo del calcio e l'Ivrea è stata la sua porta di ingresso. Portò giocatori di categoria superiore e addirittura due di serie A (Egidio Calloni e Cesare Butti). Voleva vincere; per un uomo come lui non poteva esserci altro. Ma ad Ivrea imparò la prima lezione dal calcio: per vincere è necessario avere gli uomini migliori ma non è sufficiente. Fu un anno importante anche per me. Convocato nella rappresentativa Piemontese, l'Ivrea rappresentò il mio trampolino di lancio. Mi rattrista enormemente sapere che oggi Ivrea non ha più una squadra a quei livelli».












