
CUORGNE' - L'importante è non archiviare ai vuoti della memoria quello che è successo. La 'ndrangheta era ed è una realtà da combattere. L'operazione Minotauro, che ha svelato (e certificato, viste le sentenze) le infiltrazioni della criminalità organizzata in Canavese, dopo 11 anni è ancora di forte attualità. E' quanto emerso dall'incontro promosso venerdì sera, alla Trinità, dal presidio di Cuorgnè di Libera. Ne hanno parlato Roberto Sparagna (Procuratore della Direzione Nazionale Antimafia, già pubblico ministero nel processo Minotauro), Valentina Sandroni (avvocato penalista, parte civile al processo Minotauro) e Giuseppe Niedda (avvocato civilista ed ex deputato). Sala piena e, tra il pubblico, tanti amministratori locali.
«Grazie all’alto profilo dei relatori abbiamo (forse) sciolto alcuni nodi importanti per il territorio - fanno sapere dal presidio Libera Luigi Ioculano di Cuorgnè - emarginazione, appalti, pizzo, scambio di voto, opportunismo. L’obiettivo era quello di fare formazione e informazione al fine di creare consapevolezza, affinché non si ripetano nuovamente le condizioni per altre infiltrazioni nell’economia e nella politica locale».
In tal senso, ha catalizzato l'attenzione l'intervento del procuratore Roberto Sparagna che ha sottolineato, in apertura, un aspetto che spesso viene tralasciato: «La 'ndrangheta si infiltra dove trova terreno fertile. Qui è stato così: ha trovato nei territori della provincia di Torino situazioni in cui è stato facile infiltrarsi perché ad imprenditori, politici e semplici cittadini ha fatto comodo interfacciarsi con i criminali». Insomma, per farla semplice, anche la criminalità organizzata ha bisogno delle complicità locali per attecchire.
«Non siamo arrivati a Minotauro per caso - ha detto Sparagna - ma dopo altri processi come Cartagine e Campo Smith. In questo terriotorio si è pagato un prezzo altissimo alla criminalità organizzata, basti pensare che è l'unico della provincia nel quale agivano almeno quattro locali di 'ndrangheta certificate dalle sentenze (Cuorgnè, San Giusto, Volpiano e Chivasso ndr). Ci siamo accorti che la criminalità era vicina ai Comuni e sceglieva quali partiti appoggiare. Chivasso è un esempio. E poi ci sono stati i Comuni commissariati (Leini e Rivarolo ndr). In questo territorio c'erano stati episodi di criminalità riconducibili a determinati gruppi ma prima di Minotauro venivano tutti considerati singolarmente. L'approccio investigativo è cambiato con questa operazione perché siamo parititi dal presupposto che c'era organizzazione sul territorio che gestiva droga, armi, appalti pubblici, usura. Un'organizzazione in grado di operare nella quotidianità e di risolvere i problemi. Questo vuole dire controllo del territorio. Determinante è stato, già nel 2006, il collaboratore di giustizia Rocco Varacalli: eravamo stupiti, all'inizio, che una organizzazione simile potesse radicarsi in Piemonte. Varacalli ci diede le chiavi per comprendere la 'ndrangheta nel nord Italia».
Sparagna ha sottolineato che, negli anni, anche la 'ndrangheta è cambiata: «All'inizio si occupava solo del settore edilizia perché faceva lavorare persone che arrivavano dal sud. Oggi fa impresa. Serve manodopera? False fatture? Truffe erariali? Nascondere rifiuti? L'organizzazione fa tutto questo. Quindi va fatta molta attenzione perché è estremamente mimetica: è passata dal mattone al click del computer. E la situazione del Piemonte non è dissimile dalla Liguria, dalla Lombardia, dalla Valle d'Aosta o dall'Emilia. Oggi la mafia è assoggettamento, reticenza e omertà. Dobbiamo e possiamo combatterla. Innanzittuto informandoci, comprendere le dinamiche e denunciare».











