
IVREA - Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Francesco Gioana la lettera aperta indirizzata al sindaco Stefano Sertoli quale «primo responsabile della Festa Civica» e per conoscenza a tutti gli Eporediesi, ai membri della Pubblica Amministrazione, alla classe politica, alle Componenti dello Storico Carnevale di Ivrea, agli operatori culturali, al Presidente e al CdA della Fondazione, agli organi di informazione.
«LA DOMANDA CUI NESSUNO DEL PALAZZO MAI RISPONDE»
«Cosa è lo Storico Carnevale di Ivrea?»
La domanda è molto semplice e banale, ma fondamentale, perché dal tipo di risposta dipendono tutti gli indirizzi e tutte le scelte che i gestori mettono in atto. È impensabile che una “media azienda”, come tutti ormai usualmente considerano il Carnevale eporediese, che muove annualmente più di due milioni di euro, non abbia dei “manager” (o sedicenti tali) competenti che sappiano rispondere e che chiariscano questo punto centrale, il progetto e i suoi contenuti. Il problema è che, almeno negli ultimi settant’anni, Sindaci, Assessori, Comitati, Presidenti e Segretari non hanno mai chiarito il loro pensiero o dato una definizione di cosa è e di cosa deve essere il Carnevale: così si è sempre navigato a vista sospinti da venti più o meno impetuosi che hanno determinato una rotta casuale e indefinita che porta verso scogli e bassi fondali. Perché se non si chiarisce quali sono gli elementi fondamentali e intoccabili della festa, cioè quelli che devono essere salvaguardati e valorizzati, ogni scelta viene fatta sulla base di una visione personale e opinabile che spesso può facilmente andare anche contro la tutela di questo bene comune.
Lo “Storico Carnevale di Ivrea” è una torta meravigliosa ricca di sapori antichi, la cui ricetta si è andata perfezionando e mutando nel corso dei secoli: è una torta speciale e tradizionale la cui fama è diffusa in quasi tutto il mondo, ma per tramandarla ai posteri è fondamentale definirne ingredienti e proporzioni, come la storia ci ha consegnato. Ed è veramente strano e incredibile che mentre i produttori dell’altro dolce eporediese per eccellenza: la “Torta 900”, inventata dal pasticcere di via Arduino, Ottavio Bertinotti, alla fine dell’Ottocento abbia da tempo depositato il brevetto della sua ricetta e la composizione dei suoi ingredienti immodificabili, i nostri gestori sembrano addirittura non conoscere come la torta del nostro Carnevale sia nata, di come si sia trasformata e di quale perfetto equilibrio debba essere il suo sapore originario.
È chiaro che ogni gruppo familiare ha le sue varianti personali, ed è giusto che sia così, ma la Pubblica Amministrazione che dovrebbe avere a cuore il bene comune, dovrebbe conoscere, meglio di chiunque altro, i veri ingredienti e le sue specifiche caratteristiche e tutelarne storia, sapore e consistenza per le generazioni future. Sindaco e Amministrazione Comunale, visto che si sono autonominati unici comandanti, supervisori e gestori del Carnevale, dovrebbero anche assumersi la responsabilità morale di sapere di cosa si devono occupare: il Carnevale e la sua storia, per tutelarlo al meglio e dare finalmente una risposta chiara e inequivocabile, base e fondamento di qualunque progetto che non può esistere senza la partecipazione di tutte le Componenti attive del Carnevale. Una richiesta di chiarezza, anch’essa inascoltata, è venuta dall’ultima lettera di Ciro Lubrano: “Per vezzo io mi qualifico come cittadino-commerciante e il mio grido, più che chiarezza, sostanzia più semplicemente un dubbio: forse Ivrea semplicemente non vuole un Carnevale che sia anche occasione attrattiva per il territorio. Non vuole proteggerlo e valorizzarlo pensando al futuro. Altro che Carnevale 365... gli eporediesi vogliono viversi la festa in maniera “provinciale” e, per una kermesse provinciale, bastano e avanzano i personaggi di basso profilo che vanno per la maggiore. Le menti belle purtroppo, anche quando sanno di essere dalla parte della ragione, alla fine nulla possono contro mediocrità, affarismo e incultura”. La realtà, purtroppo, sembra proprio essere questa, la speranza è che finalmente si cambi strada.
Gli unici che hanno già dato una risposta (sempre con richiesta di confronto) sono quelli che il Carnevale concretamente lo fanno e lo realizzano, tutti quei volontari paganti e consapevoli del loro ruolo, il cui unico movente è l’amore per la festa. Tutte le Componenti unitariamente, proprio quelle che sono state di recente emarginate e di fatto estromesse dalla Fondazione, nel 2020, in nome di una presunta gestione più manageriale (che non pochi danni sta già provocando) hanno infatti presentato un documento che definiva chiaramente cosa si deve intendere per “Storico Carnevale di Ivrea” e che gettava le basi per una seria discussione e di un confronto, sempre evitato dall’allora Sindaco/
Presidente Carlo Della Pepa, dal suo CdA della Fondazione e che continua ancor più oggi con tutti i loro rispettivi successori. Che hanno dimostrato nel concreto di non conoscere la storia e di non saper gestire la manifestazione. Alla base del progetto, c’è questa definizione: «Lo Storico Carnevale di Ivrea è un prezioso “bene della cultura immateriale” patrimonio della Città e del territorio. Punti centrali e caratteristiche peculiari dello Storico Carnevale di Ivrea sono la sua storia e la sua ininterrotta continuità». È quindi fondamentale e indispensabile basarsi solo su di essa e sui suoi documenti per individuare le reali “unicità e originalità” del Carnevale.
Un grande lavoro di ricerca e chiarificazione sulla natura del Carnevale è stato fatto con “Storia e mito nel Carnevale di Ivrea” di Franco Quaccia e Gabriella Gianotti, testo che assomma tutte le ricerche e le scoperte del dott. Franco Quaccia apparse negli ultimi quindici anni sulla rivista “La Diana” e su varie pubblicazioni scientifiche, con l’aggiunta di alcune recenti puntualizzazioni e integrazioni dell’autore e mie personali, e che completano in maniera abbastanza completa la configurazione storica della festa (ovviamente allo stato delle attuali conoscenze).
Sono stati così delineati 4 gruppi di elementi:
1. Elementi fondativi (fino al 1858, quando il processo di formazione si è concluso)
2. Cerimonie che nascono come invenzione della tradizione
3. Momenti di aggregazione collettiva
4. Cerimonie e personaggi che nascono dalla storia della città
Nel dettaglio:
1. Elementi fondativi (fino al 1858, quando il processo di formazione si è concluso):
1.1 lo Scarlo (di origine medievale)
1.2 la cerimonia della “zappata” (di poco successiva)
1.3 gli Abbà (cinquecenteschi)
1.4 la Banda dei pifferi e tamburi (seicenteschi)
1.5 il Generale (dei primi anni dell’Ottocento)
1.6 il primo “Libro dei Verbali” (1808) e i successivi
1.7 lo Stato Maggiore (1815-1820)
1.8 il “getto delle arance” (1830-1840), la successiva trasformazione in “battaglia” e dal 1947 la nascita delle
squadre degli aranceri
1.9 il Gran Cancelliere (1821) e il Sostituto Gran Cancelliere (1845)
1.10 le Bandiere delle Parrocchie
1.11 la Mugnaia e il suo corteggio (1858)
1.12 i “simboli del Carnevale”: il “Berretto frigio”, il “Pich e Pala”, la Mazza del Podestà e il Martello da guerra.
Sono questi i dodici punti inalienabili, lo zoccolo duro, del Carnevale eporediese, che lo caratterizzano e che lo rendono unico; insieme alla sua continuità nel tempo (non esiste altra manifestazione “storica” comparabile con la nostra festa, come ben detto dalla professoressa Chiara Frugoni, eminente medievista dell’Università di Roma e Pisa). È questa la vera storia da tutelare e valorizzare: perché è unica, accertata, originale e irripetibile. Inoltre la storia e la sua analisi è l’unico strumento che permette di distinguere il vero dal falso: “vero” è solo ciò che i documenti originali attestano; “falso” o inventato tutto quello che non ha un riscontro concreto e scientifico (come la tradizione orale o certe recenti “tradizioni” estemporanee). Certamente la visione della storia può e deve essere modificata, ma solo quando nuove scoperte o documenti inediti attestano inconfutabilmente una realtà diversa. La storia (autentica) è il modo più adeguato, corretto e oggettivo di difesa e valorizzazione di un bene culturale come lo Storico Carnevale di Ivrea.
Tornando alla struttura del Carnevale, accanto a questo primo nucleo originario (dal medioevo al 1858) si sono aggiunte nel tempo altre cerimonie e personaggi che possono essere raggruppati in tre categorie:
2. Cerimonie che nascono come invenzione della tradizione
2.1 La “sfilata” e i rituali militareschi dello Stato Maggiore
2.2 L’Ordine e la cerimonia di investitura degli “Oditori et Intendenti” (1969)
2.3 La consegna del Libro dei Verbali dal Gran Cancelliere al Sostituto
2.4 La “Prise du Drapeau” (anni ottanta del Novecento)
2.5 Il gruppo degli Alfieri
3. Momenti di aggregazione collettiva
3.1 La Fagiolata Benefica del Castellazzo (seconda metà dell’Ottocento)
3.2 Le Fagiolate rionali (successive)
3.3 La Goliardia: AUC (1924) e SOAS (1961). La “fiaccolata goliardica” (1947)
3.4 “Polenta e merluzzo”
3.5 La festa del giovedì grasso e gli “Amis ad Piassa d’la Granaja” (1985)
3.6 Il “trofeo Pich e Pala”, gara di tiro lungo (1989)
4. Cerimonie e personaggi che nascono dalla storia della città
4.1 La Croazia e la cerimonia della rappacificazione dei rioni (1880/90)
4.2 “La preda in Dora” e il Podestà (1932?)
4.3 Le cerimonie di ispirazione medievale e i Credendari (1985)
4.4 I Citoyens (1999) e il piantamento dell’Albero della Libertà (come nel 1798)
Come si vede dall’elenco qui riportato, dal 1858 a oggi, moltissimi sono stati i nuovi inserimenti e anche qualche significativa perdita nella struttura del Carnevale (il “Gioco dell’anello”, la “Sfilata delle carrozze”...), quasi sempre sull’onda di scelte un po’ casuali e storicamente poco definite. Quasi mai chiedendosi se la nuova “invenzione” fosse attinente e congruente con la storia del Carnevale, e correttamente collocata nel tempo. Tutti questi elementi meriterebbero una più attenta analisi e un ulteriore approfondimento critico per “ripulire” certe stridenti incongruenze e rendere l’immagine del Carnevale culturalmente un po’ più seria e corretta. Che dire, ad esempio, del giorno dell’Epifania (festa dei 3 Re), originariamente giornata di apertura del Carnevale con protagonista centrale la Banda dei Pifferi e Tamburi, messi da parte meno di trent’anni fa (anche nei Verbali) dal Podestà e da una Cerimonia dei Ceri medievaleggianti che nulla hanno a che fare con la storia del Carnevale, o l’attribuzione a Napoleone di modifiche e nomine inesistenti: si snatura e si banalizza la realtà storica con inutili e anacronistiche invenzioni.
Perché questo “bene della cultura immateriale” patrimonio della Città e del territorio ha bisogno di un approccio adeguato e una conoscenza più approfondita e consapevole da parte dei suoi gestori e di questa classe politica che pur non possedendo conoscenze adeguate vuole decidere e intervenire su argomenti che non conosce. Sarebbe sufficiente seguire l’approccio culturale e le indicazioni vincenti che Slow Food ha adottato nella difesa e promozione dei prodotti di nicchia: la nostra Torta sarebbe meglio conosciuta, apprezzata e tutelata. Ma soprattutto non dovremmo domani rimpiangere di aver disperso le nostre radici e sgretolato banalmente otto secoli della sua storia. Questa è un’ipotesi di lavoro, che ritengo ovviamente seria e corretta (Cicero pro domo sua) nata anche da un lungo dibattito all’interno del Comitato delle Componenti, può e deve, ovviamente essere discussa, ma merita una risposta da quella classe politica che fino ad oggi si è dimostrata chiusa e asserragliata su arroganti posizioni di potere, che poco conosce e sa di cultura carnevalesca (e continua a non ascoltare chi il Carnevale lo paga e lo fa) e che certamente non sta lavorando per un Carnevale di miglior qualità storica e culturale.
La realizzazione (finalmente) di un serio “progetto” per il Carnevale non può non partire da queste basi... e se c’è qualcuno che ha una visione diversa la metta nero su bianco e apra un confronto serio (se è in grado) senza nascondersi sempre dietro alle solite vuote formule retoriche che eludono il problema.
Una postilla significativa: nell’elenco non compare in nessun punto il mitico “Cerimoniale”, proprio perché di mito si tratta: è un documento inadeguato, approssimativo, imperfetto e inutile, nato nel 1956 e rivisto nel 1988, che tutte le Componenti avevano chiesto non fosse più inserito come riferimento (sostituito dalla “storia) nelle nuove varianti dello Statuto della Fondazione. Fuorviante e inutile dal momento che non viene mai applicato quando le norme non rispondono ai desiderata dei gestori: si veda il caso emblematico del Generale 2020 destituito d’ufficio e sostituito non dall’Ufficiale anziano come prescritto e stabilito anche dalla tradizione, ma da un altro Generale; o reinventato e fantasiosamente reinterpretato per supportare la recente ridicola “Invitanza” del Generale. Per un approfondimento sul “Cerimoniale” si rimanda a «La Diana, periodico di etnografia canavesana» n. 24, 2015. Qui di seguito l’elenco, non esaustivo, di tutta una serie di argomenti che sono il frutto della ricerca storica negli ultimi quarant’anni. Approfondimenti che hanno chiarito punti oscuri e anche modificato la lettura di certe credenze e luoghi comuni. Perché voglio ricordare che: ognuno vede solo quello che sa e chi sa poco o nulla è cieco».








