
RIVAROLO CANAVESE - Perchè si manifesta contro la guerra in Ucraina? Negli ultimi giorni sono stati organizzati diversi presidi e manifestazioni anche in Canavese (e altri sono già in programma) che hanno richiamato nelle piazze centinaia di persone. Spesso di estrazione politica e sociale molto diversa. La domanda che ricorre (anche sui social) ad ogni manifestazione è quale scopo hanno questi presidi e cosa possono cambiare nell'economia globale di un conflitto che, per ora, non sembra arrestarsi. Ha provato a dare una risposta a questa domanda Gabriella Meaglia, presidente della Sezione Anpi di Favria, Rivarolo e Oglianico, nel corso della manifestazione dell'altra sera a Rivarolo. Questo il suo intervento.
«So che molti si domandano a cosa serva riunirci nelle piazze per invocare la pace, certo Putin non fermerà la sua guerra. Magari avessimo questo potere! Allora perché siamo qui? Intanto per sentirci meno soli, perché condividiamo una speranza, e meno spaventati, perché questa guerra ci fa paura, non solo perché è tanto vicina a noi ma perché, nelle persone della mia generazione che fortunatamente non hanno vissuto la 2^ guerra mondiale, risveglia fantasmi del passato, della guerra fredda, della minaccia nucleare. Ma, soprattutto, siamo qui per non far sentire solo il popolo ucraino. Ce l’ha chiesto in questi drammatici giorni: “Non lasciateci soli, non dimenticateci.” E noi non dobbiamo e non vogliamo dimenticarlo».
«Certo, potremo aiutarlo concretamente, mandando generi di prima necessità, raccogliendo fondi e offrendo ospitalità, ma anche questa mobilitazione è un abbraccio, perché tutta l’Europa scende in piazza, anche in Russia c’è chi manifesta il proprio dissenso, rischiando la vita, per dire no a Putin, consapevoli che ciò che lo ha spinto alla guerra non è certo l’amore per il suo popolo e per il suo paese, ma una folle smania di potere. Ciò che rende forte un dittatore è il consenso della sua gente, da solo, anche l’uomo più potente del mondo, è più vulnerabile. E noi come facciamo a farlo sentire solo? certo, i governanti degli altri paesi organizzano le sanzioni e prendono tutti quei provvedimenti politici e diplomatici per evitare di rispondere alle armi con le armi. Ma noi come possiamo rispondere? Con una parola: educazione! Educazione alla pace, al rispetto, alla fratellanza, all’accoglienza, all’incontro. E la presenza dei bambini, delle loro famiglie e delle loro insegnanti ce lo dimostra. Generazioni cresciute ed educate con questi valori possono darci la speranza per un futuro di pace».
«E per quanto la nostra Europa sia ancora tanto imperfetta, ha fatto molti progressi in questi decenni. Pensiamo all’Europa del secolo scorso, schiacciata dalle dittature nazista e fascista, con generazioni di giovani cresciuti nel mito della razza, della violenza, dell’odio e della sopraffazione. Quando il 10 giugno 1940 Mussolini annunciò l’entrata in guerra, da tutte le piazze d’Italia, gremite di folla, si levò il delirante consenso degli italiani. In quelle piazze c’erano tanti giovani a cui non era stata concessa la possibilità della scelta. Erano stati piccole italiane, giovani italiane, figli della lupa, balilla, avanguardisti; avevano fatto il giuramento di sangue a Mussolini; si erano esaltati con la vittoria delle guerre coloniali; avevano condiviso l’aberrazione delle leggi razziali. La guerra non era che il traguardo di un percorso fatto di illusioni e di inganni. In questi giorni ho riletto la lettera che una bambina delle elementari scrisse a mio suocero, combattente in Africa orientale nel 1941. Era una lettera intrisa di retorica fascista, che tutti gli scolari erano obbligati a scrivere; inneggiava alla gloria della patria e alla vittoria completa dell’Asse! La mostruosa alleanza con il nazismo: il male assoluto. La lettera si conclude con i saluti del podestà, che esortava mio suocero a tornare in buona salute e vittorioso».
«Mio suocero tornò dalla guerra, ma sconfitto e molto provato nel fisico e nello spirito. Anche mio padre tornò dalla guerra, vittorioso perchè era un partigiano, ma mutilato di una gamba a 21 anni. Questi due padri non permisero mai ai loro figli maschi di giocare con le armi giocattolo e con i soldatini, perché loro sapevano che la guerra non è un gioco. La guerra, come diceva mio padre, è un mostro che non muore mai; dorme, fino a quando un criminale non la risveglia. Ecco perché dobbiamo educare i giovani al rifiuto delle guerra, affinchè l’articolo 11 della nostra Costutuzione “l’Italia ripudia la guerra” , non siano solo parole sulla carta ma linfa vitale. Affinchè la volontà di chi crede nella pace abbia sempre il sopravvento sulle forze del male e dell’odio».








