
RIVAROLO CANAVESE - Un traguardo importante e carico di significati. Si chiama Chiara Rossi-Sebastiano, ha 23 anni, è di Rivarolo Canavese e si è appena laureata alla facoltà di Ottica e Optometria di Padova. La giovane canavesana è sorda dalla nascita, porta le protesi acustiche e per la comprensione legge il labiale perché non conosce il LIS. Stando all'articolo riportato nella sua tesi di laurea (Chan A.; The unconventional optometrist: the first deaf optometrist in America; optometrystudents.com site; 11 Settembre 2012), è la prima (o una delle prime) optometrista non udente in Italia.
Chiara ha realizzato il suo sogno: ha trasformato gli ostacoli della vita in trampolini di lancio, diventando dottoressa. Ora curerà gli altri, ma la sua vicenda dimostra quanti problemi esistano ancora per chi soffre di disabilità.
Come è stato laurearsi ai tempi del Covid? E quali difficoltà in più hai dovuto superare a causa della pandemia? «Laurearsi ai tempi del Covid è stata un’esperienza angosciante, una continua corsa contro il tempo, per assicurarmi di non tralasciare nessuna nozione, di rimanere al passo con lo studio – racconta Chiara Rossi-Sebastiano - I momenti appaganti purtroppo sono stati pochi perché spesso, dopo aver superato un esame, più che soddisfatta mi sentivo sfinita ed esaurita. Riguardo alle difficoltà da superare, le più ingombranti sono legate alla didattica a distanza e all'obbligo di indossare la mascherina. Seguire le videolezioni ha messo a dura prova la mia comprensione: ho bisogno di leggere il labiale per capire cosa viene detto, ed è facile immaginare quanto questo diventi difficile tramite lo schermo del computer (basta che la connessione salti o la sincronizzazione suono-immagine non sia perfetta perché io non capisca nulla). Lo stesso vale per le mascherine: un muro che mi impedisce di raggiungere il mondo. Altre difficoltà, che riscontro tutt'ora: ripetere, quasi a cantilena, a chiunque mi parli di abbassare la mascherina (sono sorda oralista); e la frequenza con cui incontro persone che per paura non se l’abbassano, nemmeno a debita distanza. Mentre all’inizio della pandemia mi facevo prendere dallo sconforto, ora cerco di farmi coraggio sperando che, mi auguro il prima possibile, la mascherina non sarà più necessaria».
La tua storia e il tuo percorso didattico dimostrano che il mondo della scuola e quello dell’università non sono ancora veramente inclusivi. Quali e quante barriere da abbattere sono invece ben presenti demoralizzando e penalizzando chi parte già con un handicap? «L'esistenza di barriere dipende in larga parte dal comportamento delle persone. Chi è predisposto all’empatia contribuisce infatti a smontare le barriere e a smentire gli stereotipi. Le barriere da abbattere, secondo me, son perlopiù correlate alla conoscenza di un determinato handicap. Ho infatti notato che si tende spesso a sottovalutare la disabilità. Fortunatamente, mi capita di incontrare molte persone pronte a riconoscere i loro sbagli, commessi spesso in buona fede. Talvolta, però, ci sono casi irrimediabili e pericolosi, seppur, almeno nella mia esperienza, rari: come il mio professore di filosofia del liceo che fino alla fine ha sostenuto che io facessi finta di non essere in grado di prendere appunti in autonomia, spesso insultandomi. Oppure è capitato che, durante un’interrogazione orale, il professore in questione non mi ha permesso di leggere il labiale perché, nonostante glielo avessi chiesto più volte e in modo chiaro e gentile, non aveva intenzione di togliere le mani da davanti alla bocca (gesto che mi rimane tutt'ora incomprensibile). Quindi, ho dovuto recuperare un’interrogazione per cui avevo studiato solo perché mi è stato letteralmente negato di capire le domande. Questi casi sono quelli che mi preoccupano di più poiché, anche se mi sono diplomata nel 2018, col senno di poi, mi rendo conto dei danni psicologici che mi ha arrecato questa persona che è stata, è il caso di dirlo, cattiva. All'università, purtroppo, ho avuto esperienze simili (a fronte, comunque, di un alto numero di professori e professoresse che si sono dimostrati sensibili e attenti). Un esempio, che esemplifica come alcune persone non sappiano comportarsi di fronte alla disabilità: durante un esame ho rivolto una domanda al professore. Gli ho chiesto di abbassare la mascherina (la distanza di sicurezza c’era), ma lui non lo ha fatto e si è ostinato ad urlare, convinto che fosse sufficiente perché io capissi. Alla seconda richiesta ha abbassato la mascherina, mettendosi però la mano davanti alla bocca (deduco per i droplet), e alla terza richiesta ha iniziato a scandire eccessivamente le parole, senza usare la voce. Si creò una situazione a dir poco comica per gli altri, imbarazzante e mortificante per me».
Cosa c’è nel futuro di Chiara Rossi-Sebastiano? E quale consiglio ti senti di dare ai giovani, sordi ma non solo, che, come hai fatto tu, con grinta, passione e caparbietà inseguono il loro sogno? «Nel mio futuro vedo e mi auguro tanta serenità, un lavoro che amerò e soprattutto il desiderio di focalizzarmi sulla mia famiglia e sui miei amici, da cui, finora, lo studio mi ha tenuto lontana – conclude la 23enne rivarolese - Il mio consiglio a tutti voi, disabili o meno, è impegnarvi ad essere costanti. Non arrendetevi mai e fate ciò che desiderate fare, in primis per voi stessi. Allo stesso tempo cercate di combattere queste ingiustizie, anche se sembrano piccole, poiché da qualche parte bisogna sempre iniziare, e ogni gesto costruttivo, buono o intelligente ha una forza grandissima. Per angusta ad augusta».












