OLTRE L'8 MARZO - Festa della Donna: una lunga strada di conquiste. L'esempio e la storia di Lidia Maksymowicz
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CANAVESE - Ricordi e riflessioni: sono gli ingredienti principali della giornata dell'8 Marzo in cui si festeggia la giornata internazionale della donna, un momento dedicato alle conquiste politiche, sociali, umane ed economiche del genere femminile. Ma esistono anche altri valori che simboleggiano il grande valore della donna nella nostra società uno di essi è l'amore incondizionato che lei sa donare: ed ecco l'idea di presentare per quest'anno una storia straordinaria quella della Signora Lidia.

Una storia incredibile, raccontata nel Docufilm realizzato in questo 2021 dall'Associazione APS La Memoria Viva di Castellamonte dal titolo "70072 La bambina che non sapeva odiare", che si apre con l'intervento del Presidente del Senato della Repubblica, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Una storia che inizia nell'inferno di Birkenau, dove a soli 3 anni Lidia si vede deportata con la sua mamma e i suoi nonni; mesi lunghissimi per una bambina che vive nel cuore dell'inferno dentro la famigerata baracca del Dottor Josef Mengele; mesi che segneranno per sempre la sua vita. Poi la liberazione del campo il 27 gennaio 1945 e l'inizio di una nuova vita, l'adozione da parte di una famiglia Polacca e in fine dopo anni e anni di ricerche la splendida notizia: la sua mamma naturale era viva, aveva lottato e superato ogni atrocità del nazismo, vinto la marcia della morte e stava cercando in ogni orfanotrofio russo tracce della sua piccola Lidia. Una storia straordinaria di grande tenacia e di amore che solo le donne possono saper esprimere...

Su iniziativa della Senatrice Maria Virginia Tiraboschi l'otto Marzo alle ore 16 nella sala «Caduti di Nassirya» a Roma, Palazzo Madama, si terrà la conferenza «Oltre l'8 Marzo: l'importante impegno di essere Donna» con la presentazione del docufilm "70072 La bambina che non sapeva odiare". 

“70072: la bambina che non sapeva odiare. La vera storia di Lidia Maksymowicz”, è una storia straordinaria, irripetibile, unica, che la protagonista racconta in prima persona: è questa l’idea semplice dalla quale siamo partiti al rientro da Cracovia, nel dicembre del 2018, quando al Galicia Jewish Museum di Cracovia la nostra guida e interprete Renata Rychlik ci ha fatto conoscere Lidia Maksymowicz, una signora allora 78enne, con alle spalle non solo la terribile esperienza del campo di concentramento, ma anche quella di una vita segnata da quella esperienza, eppure gioviale, serena, ferma nelle sue convinzioni, lucida nell’analisi delle sue mancanze dovute ad una infanzia che le è stata rubata, eppure senza rancore, senza odio. Una storia da raccontare:ecco nascere il Docufilm.

La regia è stata a quel punto una scelta obbligata: la pandemia da una parte, che non ha permesso spostamenti e integrazioni, e la scelta di emozionare con il racconto e non con gli artifici della filmografia, come musica e immagini, hanno condotto ad una scelta meditata e di assoluto valore per la capacità di integrarsi con la vicenda umana e il racconto fatto da Lidia. Tre soli brani musicali: la ricostruzione di un brano orchestrato ad Auschwitz-Bierkenau con testi di Alma Maria Rosè, che diresse l'orchestra femminile del campo, un brano di Leopold Kozłowski - Kleinman, l'ultimo klezmer della Galizia, e il brano di un gruppo rock canavesano ispirato dalla visita fatta proprio a Birkenau da uno dei componenti della band. Tradizione e gioventù insieme, quindi, per le musiche. Per le immagini quelle storiche, ma anche quelle di Auschwitz-Birkenau oggi, perchè proprio Lidia spiega le differenze, e perchè la suggestione sta anche in quel che si vede oggi e persino in cioè che si sa e non si vede più. E poi un documento inedito: poco più di un minuto andato in onda nel telegiornale dell'allora Unione Sovietica nel 1962 dell'incontro di Lidia e della sua mamma adottiva con la sua mamma naturale: due famiglie, due mamme, e due papà, e un'unica figlia: Lidia.

Lo scopo principale di questo Docufilm è quello di approdare nelle scuole con “Le tracce dell’odio”, un progetto che nasce dall’idea di rendere consapevoli i giovani delle conseguenze che un singolo atto di odio e/o di sopraffazione possono avere per il resto di una vita: bullismo, cyberbullismo, body shaming e stalking soprattutto, ma anche emarginazione sociale, realtà virtuali (virtual life, challenge, giochi di ruolo on line, social media ad esempio) e divisioni ideologiche, incomunicabilità, anaffettività. Situazioni, sensazioni e sentimenti che proprio dal docufilm “70072: la bambina che non sapeva odiare. La vera storia di Lidia Maksymowicz” prendono spunto, perchè nella vita di Lidia c'è tutto questo, con le sue conseguenze. Perché la memoria non deve essere solo conoscenza, deve essere scienza, deve essere indagata e vissuta, perché resti viva per sempre.