CUORGNE' - Dal Canavese alla conquista dell'Everest: l'ultima spettacolare avventura di Luca Sgarbossa - FOTO

CUORGNE’ - Bistari, bistari. Ossia, piano, piano. E’ il motto che ha accompagnato il cuorgnatese, Luca Sgarbossa, nella sua nuova emozionante avventura. Tenendo fede al celebre detto, secondo il quale «ogni  lungo cammino inizia sempre con un piccolo passo», questa volta, la guida escursionistica, accompagnatore turistico e docente al Cesma ne ha fatti più di 200 mila per avvicinarsi all’Everest.

Dopo essere andato alla scoperta dell’Islanda su una bici elettrica e aver percorso 1200 chilometri tra le meraviglie dello Sri-Lanka alla guida di un Tuk-Tuk, il 39enne canavesano ha ancora una volta stupito tutti, accompagnando un gruppo di 7 persone fino al campo base della montagna più alta del continente asiatico e della Terra con la sua altitudine di 8848 metri. Un viaggio durato 17 giorni e inaugurato con un atterraggio per cuori forti a Lukla, all’aeroporto nepalese, intitolato a Sir Edmund Hillary e Tenzing Norgay, i primi alpinisti a scalare l’Everest. Si tratta, infatti, di una struttura dotata di una cortissima pista in pendenza e dalla collocazione a strapiombo sulla catena dell’Himalaya, che le vale la qualifica di «aeroporto più pericoloso al mondo».

«Passato questo brivido iniziale – racconta Luca Sgarbossa, che è art director e insegna all’Università Iaad – abbiamo fatto 8 giorni complessivi di salita, sei di camminata e due di acclimatamento, per consentire al nostro corpo di adattarsi a quelle condizioni estremamente particolari. Basta pensare che al campo base a 5364 metri l’ossigeno è estremamente ridotto, quasi della metà. In tutto sono stati 140 chilometri di trekking, con 7150 metri di dislivello. Camminavamo 6-7 ore al giorno. Non abbiamo usato animali e ci siamo appoggiati a degli sherpa, rispettando al massimo i limiti di carico dei portatori. Sono incredibili. Salgono su queste caratteristiche mulattiere con in spalla dei “bagagli” pazzeschi, che vanno dai 35 fino agli 80 chili. Abbiamo cercato di contenere il più possibile il materiale da portare con noi in questa avventura. L’aria è poca e quello che non serve va lasciato a valle».

Mastodontico e maestoso, la vista del Sagarmatha, come viene chiamato dai nepalesi il monte Everest, ha colpito Luca Sgarbossa e i suoi compagni di viaggio: «E’ imponente. Ad un tratto mi sono accorto che lo stavo guardando a occhio nudo. Ero ai piedi dell’Everest. Dall' alto si vede tutto meglio nel suo complesso. Quello che vale. Quello per cui merita faticare. E’ la prima volta che facevo questo viaggio ed è stata un’esperienza speciale. Stupisce trovare della vegetazione così in alto, fino a 4mila metri ci sono ancora corti con patate, carote e spinaci. E’ veramente la “Mecca della montagna”, circondata da un mondo unico, spirituale e speciale. Hanno un senso circolare della vita, che si ritrova anche nei loro piccoli riti e gesti quotidiani, come passare alla sinistra di pietre con incise le preghiere e monumenti religiosi buddisti. Siamo stati in visita anche ad un tempio e abbiamo assistito ai loro mantra».

Come ci si prepara a un trekking del genere? «L’ultima notte l’abbiamo trascorsa a 5200 metri in un avamposto in cui mancavano un po’ di comfort, ma è andata abbastanza bene – puntualizza Luca – A quelle altezze, è tutto diverso: le priorità cambiano. Acqua in bottiglia e carta igienica, per esempio, sono molto richieste. Mi è capitato di comprare una coca cola e di ricevere come resto un rotolo di carta igienica. Per quanto riguarda la preparazione, è una camminata. Non ci sono difficoltà tecniche. Tuttavia, bisogna allenarsi prima con dei trekking lunghi e soprattutto sperimentare “quota”. L’altitudine con poco ossigeno a disposizione può creare difficoltà: si vivono sensazioni diverse, con nausea e mal di testa che possono spaventare le prime volte. Ci si può preparare qui in Italia e in Europa, ad esempio andando a Capanna Margherita. Scendendo a valle è stato molto bello anche fare tappa alla “Piramide italiana”: è un laboratorio scientifico e una base di ricerca italiana situata a 4980 metri e inaugurata nel 1980 da Ardito Desio».

«Namaste», saluto originario della zona di India e Nepal, si traduce in un «arrivederci» per il cuorgnatese. «Il prossimo anno tornerò sicuramente per un trekking in Nepal – conclude Luca Sgarbossa, che ha una aggiornata pagina personale instagram per chi volesse seguirne le avventure e contattarlo per escursioni e viaggi – Sia sull’Everest che sull’Annapurna, meta altrettanto spettacolare. Tra i posti non ancora visti e che vorrei visitare, invece, c’è la Patagonia. Mi piacerebbe molto viaggiare alla scoperta del Sud America, dove sono stato solo in Perù». (Alcune foto della gallery sono di Laura Gaetani)