NOASCA - Aspettando il 25 aprile: la storia di Mariuccia, bambina durante la Seconda Guerra Mondiale

NOASCA - Giochi interrotti per correre al riparo dalle bombe, sirene antiaeree, il pane scuro e duro da mangiare mentre il resto del cibo scarseggia, viene razionato o peggio rastrellato dai soldati che saccheggiano le case distrutte o svuotate dalla guerra. Sono storie di ragazzi che sono dovuti diventare in fretta adulti con un'infanzia rubata. Storie come quella che arriva da Noasca, nel cuore della Valle dell'Orco, e vede protagonista Mariuccia.

Oggi, la dolce nonnina ha 92 anni e vive a Cuorgnè, circondata dall'affetto dei suoi cari. Aspettando il 25 aprile, festa che celebra la liberazione dell'Italia dal nazifascismo e che segna la fine della Seconda Guerra Mondiale in Italia, ponendo le basi per la democrazia e la Repubblica, i suoi racconti fatti ai volontari de La Memoria Viva aprono una finestra sul passato. Un «ieri» che si riflette però drammaticamente in un «oggi», dove, dall'Ucraina a Gaza, dal Medio Oriente al Sudan, migliaia di bimbi e bimbe sognano ad occhi aperti un futuro di pace, ma devono fare i conti con gli orrori di quella che l'indimenticato Papa Francesco ha definito la «terza guerra mondiale a pezzi».

Come già avvenuto per Lidia Maksymowicz, la bambina di soli 3 anni con tatuato il numero 70072, sopravvissuta grazie alla forza dell’amore agli orrori del campo di concentramento e alle tragiche sperimentazioni del dottor Mengele, anche le vicende di vita vissute nella piccola borgata di Borno di Noasca da Mariuccia ci testimoniano il grande valore della libertà e il coraggio avuto dai ragazzi e bambini di allora, che non hanno mai smesso di lottare e sperare in un mondo senza guerre. L'orologio della memoria torna così indietro fino a quel 1943-44 in cui non c'era internet, i telefonini o i social. Soprattutto, non c'era cibo per tutti. Erano anni di carestia. A causa del razionamento alimentare imposto dall'occupazione nazifascista, per esempio, il sale era introvabile o venduto a prezzi altissimi al mercato nero. Era fondamentale però per conservare i cibi come la carne e i formaggi, e per il bestiame. Questo spingeva anche gli abitanti delle zone montane del Canavese a varcare i confini per raggiungere la Francia.

Benché ragazzina, Mariuccia, come altri suoi compaesani, sfidava il freddo, la neve e i controlli tedeschi per portare di notte, sulle spalle, sacchi di riso fino oltralpe, attraverso sentieri pericolosi e impervi, in modo da barattarli poi in Francia e tornare in Valle e a Noasca con il sale da condividere con il resto della comunità affamata. Storie così lontane eppur molto vicine e attuali. «Mia mamma purtroppo era morta e io vivevo e stavo sempre con mia nonna - racconta Mariuccia - Erano anni molto duri. Era tempo di guerra. Avevo 7-8 anni. Io sono del 1934. Più volte a settimana a Borno passavano i tedeschi a rastrellare, casa per casa, tutto quello che trovavano. Razziavano di tutto, per affamarci. Prendevano galline, uova, formaggi, latte, burro. Mangiavamo più che altro polenta o patate».

C'è un racconto speciale che torna in mente a Mariuccia: «Un giorno un soldato è entrato a casa nostra. Prendendo a calci le porte ha visitato ogni stanza, anche la mia. In una ha notato un orologio da taschino con la catena. Era di mio papà ed era appeso al muro. Aveva un valore affettivo importante. Mio nonno l'aveva regalato a mio padre. Il tedesco lo ha arraffato mettendoselo in tasca. Io mi sono lamentata ma lui mi ha spinta e buttata a terra. Alla sera sono tornati mio papà e mia zia. Ho pianto e raccontato cosa era successo. Mi hanno detto che non importava e che non si poteva fare nulla. Ma io non mi sono arresa. Sono corsa da mio zio, che era stato anche in America. Era conosciuto da tutti in paese. Mi ha ascoltata e alla fine ha accettato di accompagnarmi per mano al comando a Noasca, in centro per vedere cosa si potesse fare. C'erano tre soldati tedeschi. Uno con molte medaglie sulla divisa. Non avevo paura. Attraverso l'interprete abbiamo spiegato cosa era successo. Il capo dei soldati mi ha chiesto se fossi in grado di riconoscere chi aveva preso l'orologio. Mio zio ha cercato di dissuadermi ma io ho detto di si. Siamo entrati in uno stanzone gigante. Abbiamo passato uno per uno i soldati. Al fondo di questa camera grande ho riconosciuto il tedesco che era stato a casa nostra. Stava fumando tranquillamente. Io l'ho indicato. Mio zio è subito intervenuto chiedendomi se ne fossi sicura. Siamo tornati tutti al comando. Hanno parlottato tra loro, con l'interprete. Ho detto loro che si era messo l'orologio in tasca. L'hanno perquisito e l'hanno trovato. A quel punto gli ho detto che portavano via anche il mangiare, non solo gli oggetti. Il loro comandante si è infuriato molto. Hanno discusso. Alla fine ci hanno mandati via, ma ho riavuto l'orologio di mio padre».

«La fame e i sacrifici. L'infanzia rubata. Una vita a nascondersi dalle bombe - chiosano da La Memoria viva - Come già con Lidia, sentire Mariuccia raccontare queste storie ci ha emozionato. Non è stato facile per loro scavare nei ricordi e nel loro cuore. Sentire le sue parole ci ha fatto capire cose era la vita allora in mezzo ai soldati tedeschi, esposta a tutti i pericoli e eccidi compiuti in nome della guerra. Aspettando il 25 aprile non possiamo che fare tesoro di queste storie e di quelle di chi ancora oggi combatte per la pace e la libertà».