
AGLIE' - La natura è un sistema in azione: nelle opere di Jessica R. Carroll prende forma tra sciami, flussi e relazioni, diventando struttura visibile, comportamento, organizzazione. Nelle sale del Castello di Agliè, «Vitae». Il sentimento della natura riunisce la più ampia selezione di lavori mai dedicata all’artista. Dal 18 aprile al 27 settembre 2026, il progetto espositivo, curato da Alessandra Gallo Orsi, Elisabetta Silvello e Lorenza Salamon, attraversa in modo esteso la ricerca di Carroll, che da anni osserva il mondo naturale come un insieme di dinamiche condivise più che come repertorio di forme. Non una rappresentazione, ma una costruzione: sistemi, comportamenti, modalità di relazione tradotti in scultura e in dialogo continuo con la storia del luogo.
Il percorso si apre nel Salone delle Guardie d’Onore con Tredici modi di vedere un merlo, scultura ispirata alla poesia omonima Thirteen Ways of Looking at a Blackbird di Wallace Stevens. Al centro è la relatività della percezione: la natura e ciò che osserviamo non sono dati oggettivi, ma dipendono dallo sguardo che li interpreta. Carroll traduce questa struttura in una sequenza di variazioni visive, in cui forme e punti di vista si moltiplicano. L’opera introduce così una modalità di osservazione che invita a sospendere preconcetti e ad accogliere una visione più aperta e mobile del mondo naturale.
Le prime sezioni, tra Sala dei Valletti, Biblioteca e Teatrino, sono dedicate alla natura visibile, dell’aria e della terra, e costruiscono un primo attraversamento che si estende fino alla Sala d’Angolo, dove inizia ad affiorare la dimensione acquatica che troverà pieno sviluppo nel Salone di Arduino. In questo passaggio, il lavoro di Jessica R. Carroll si concentra su sistemi di relazione e forme di organizzazione collettiva: api, acciughe, anguille, specie diverse accomunate da dinamiche condivise, tradotte in strutture leggere ed essenziali. Nel contesto del Castello di Agliè, esito di una lunga stratificazione di saperi e maestranze tra Seicento e Ottocento, la presenza delle api assume una risonanza ulteriore. Nell’iconografia barocca sono simbolo di operosità e dedizione, e qui diventano elemento centrale di un nucleo scultoreo nella Sala dei Valletti. Nei dieci altorilievi in marmo bianco della serie La vie des Abeilles, le api tracciano percorsi, costruiscono cellette, articolano funzioni diverse – dalla pulitrice alla bottinatrice – dando forma a un sistema organizzato fondato sulla ripetizione e sulla cooperazione. Il processo diventa immagine: il gesto dell’insetto si riflette in quello dell’artista, dove disegno, incisione e pensiero coincidono nella costruzione dello spazio. In L’ape che dorme, l’insetto posato sul marmo bardiglio introduce una sospensione: il tempo del riposo entra a far parte dello stesso ordine, come momento necessario all’equilibrio dell’insieme.
Nella Biblioteca, l’installazione Verde Pisello introduce uno spazio monocromatico in cui il colore diventa simbolo di vita e movimento, modificando la percezione e il tempo della visione. Il riferimento al pensiero del teologo tedesco Meister Eckhart – secondo cui tutte le cose nascono verdi e perdono intensità nel tempo – resta sullo sfondo e orienta una riflessione sulla trasformazione e sulla memoria. Non è casuale la collocazione dell’opera: la Biblioteca diventa qui il luogo in cui la conoscenza si sedimenta e si trasmette. In questa prospettiva si inserisce anche l’attenzione di Carroll per la memoria, intesa come esercizio attivo: imparare testi, canzoni, poesie, parole che, interiorizzate, continuano a riaffiorare e orientare anche nei momenti di buio e di spaesamento.
Nel Teatrino, con palco e palcoscenico, L’ottovolante prende forma come una struttura leggera in ottone composta da fili sospesi che disegnano nello spazio un otto, figura continua che rimanda all’infinito. Sui fili si posano le api, e la forma richiama direttamente la loro danza, attraverso cui comunicano la posizione delle fonti di nutrimento. Carroll traduce questo sistema di orientamento in una costruzione visiva che è insieme segno, movimento e relazione. Il riferimento alla Chanukkiah, il candelabro ebraico a nove bracci, resta implicito nella struttura e introduce un’idea di luce come elemento di trasmissione e continuità. L’opera attiva lo spazio del teatro attraverso riflessi, ombre e suoni, invitando a una fruizione che mette in relazione corpo, percezione e architettura. Nello stesso ambiente trova posto Concerto di rane e grilli, una scultura in marmo bianco e rosa composta da sottili piedistalli cilindrici di altezze diverse, sui quali sono disposti rane e grilli. La configurazione richiama le canne di un organo e costruisce un vero e proprio dispositivo visivo, in cui ogni elemento mantiene la propria identità ma contribuisce a un insieme unitario. La pluralità non viene ridotta ma organizzata, e l’opera restituisce l’idea di una coralità costruita per differenze, dove l’equilibrio nasce dalla coesistenza.
Nella Sala d’Angolo la dimensione aerea e terrestre delle api e della vegetazione è ancora presente nei piatti esagonali color miele, disposti a ricreare la struttura del favo. La forma richiama il processo stesso di costruzione della cella: da un nucleo inizialmente cilindrico che, per tensione del materiale e calore, si trasforma in esagono, dando origine a un sistema ad incastro preciso, fondato sulla ripetizione e sulla cooperazione. In questa stessa stanza inizia ad affiorare anche la dimensione acquatica, come un passaggio graduale che introduce il tema del flusso. Un primo segnale è l’equiseto, pianta antichissima, spesso definita “fossile vivente”, che cresce per slancio verticale e segna il passaggio tra terra e acqua.
Nel Salone di Arduino, affrescato nel 1665 da Giovan Paolo Recchi e dalla sua bottega con i Fasti del re d’Ivrea, la dimensione acquatica diventa centrale. Al centro dello spazio l’installazione delle anguille costruisce un flusso continuo: centinaia di elementi in plexiglas, trasparenti e opachi, scorrono come in un sistema di canali, richiamando le rogge che attraversano il parco del Castello. Le anguille, inizialmente isolate e trasparenti, entrano progressivamente in relazione diventando opache, in un passaggio che rende visibile la costruzione di una dimensione collettiva. Accanto, Fase opaca, una sfera in marmo nero del Belgio incisa come un bassorilievo, restituisce il ciclo delle anguille in una forma compatta e continua. La superficie levigata è attraversata da presenze che emergono e si ritirano, suggerendo un movimento circolare, essenziale. Nella stessa sezione, Fuga traduce in bronzo il comportamento delle acciughe, che si aggregano in una massa compatta per confondere i predatori. Il movimento collettivo diventa struttura dinamica: una forma unica costruita dalla relazione tra elementi, dove coesione e orientamento coincidono.
Completa il percorso all’interno del Castello Terra Promessa, scultura in bronzo che introduce un gioco ottico: l’occhio del pesce ingrandisce un paesaggio idilliaco, simile a una miniatura persiana, restituendo una visione sospesa tra realtà e immaginazione. Il titolo apre a una lettura più ampia, che attraversa i temi già emersi lungo il percorso — natura, relazione, convivenza — senza chiuderli in un’unica interpretazione.
Dal Salone di Arduino il percorso prosegue nei giardini, dove le opere entrano in relazione diretta con il paesaggio. La Panchina Alveare, in bronzo, introduce una dimensione di sosta, mentre I love you to lavora sul suono come percezione diffusa, un ronzio continuo di tutti i rumori della natura che attraversa lo spazio. Le due opere della serie Wheels sospendono nell’aria forme leggere in plexiglass: anguille trasparenti appese come forme organiche che sembrano nuotare nell’aria evocando un flusso continuo di relazioni e migrazioni. Il contesto naturale del Castello, con il parco che si estende a nord-est a partire dalla Fontana dei Fiumi progettata nel Settecento da Ignazio Birago di Borgaro, entra così nel percorso come parte attiva. Acqua e vegetazione non fanno da sfondo, ma definiscono un sistema che risuona con le opere.
L’allestimento costruisce un dialogo misurato con gli ambienti storici, lavorando per corrispondenze più che per contrasti e mantenendo leggibile la stratificazione degli spazi. Vitae. Il sentimento della natura restituisce un attraversamento ampio della ricerca di Jessica R. Carroll, dove la natura emerge come sistema di organizzazione e convivenza, osservato attraverso forme, comportamenti e trasformazioni.
La mostra è allestita lungo il percorso di visita dell’Appartamento di Rappresentanza del Castello di Agliè (Salone delle Guardie d’Onore, Sala dei Valletti, Biblioteca, Teatrino, Sala d’Angolo, Salone di Arduino, Terrazza antistante lo Scalone San Massimo) ed è inclusa nella bigliettazione ordinaria. Il palinsesto di eventi collaterali e attività didattiche accompagna la mostra con un programma che intreccia linguaggi e pubblici diversi. Accanto a visite tematiche e attività per famiglie, il progetto si sviluppa attraverso laboratori, incontri e momenti performativi che mettono in relazione arte, natura e pratiche educative.
Sono previsti percorsi di disegno e osservazione dal vero, workshop di illustrazione naturalistica e sessioni di urban sketching, oltre ad attività dedicate alla lettura, alla narrazione e all’esplorazione del paesaggio. Il programma include anche appuntamenti che attraversano altri linguaggi, come incursioni di danza contemporanea negli spazi del Castello e proiezioni cinematografiche all’aperto, costruendo un dialogo tra la ricerca di Jessica R. Carroll e forme diverse di espressione.
Particolare attenzione è rivolta ai temi della biodiversità, dell’educazione ambientale e delle pratiche di condivisione, con incontri e attività che coinvolgono associazioni, artisti, educatori e ricercatori. Tra questi, un workshop dedicato al ruolo dell’arte grafica nella diffusione della conoscenza scientifica con il sostegno della Fondazione Federica Galli e un approfondimento sul mondo delle api e sul loro ruolo negli ecosistemi e nella società contemporanea.














