
CUORGNE' - I 150 anni del corpo degli Alpini, una storia italiana. Mercoledì 23 novembre, l'ex chiesa della Santissima Trinità di Cuorgnè ha ospitato, nell'ambito delle lezioni dell'Unitre locale, un appassionante appuntamento. La docente Margherita Barsimi ha raccontato con entusiasmo coinvolgente nei presenti i 150 anni delle Penne Nere.
Nati come reparto a difesa della Alpi, adatti alla guerra in montagna, reclutati, da una felice intuizione del generale Perrucchetti, tra i giovani nati e cresciuti in montagna che formano le unità su base locale. Singolare che il primo battesimo del fuoco avvenga in Eritrea durante la guerra coloniale e poi nel ‘900 una batteria da montagna partecipò al Corpo di spedizione «delle otto nazioni» in Cina, per la cosiddetta rivolta dei boxer. Ma la prima vera guerra che il Regno d’Italia si trovò a dover combattere dopo l’unità nazionale fu quella contro la Turchia, per la conquista della Libia nel 1911. Gli innegabili eroismi degli Alpini contribuirono fin da subito a creare la leggenda intorno a questo Corpo.
Poi arriva la Grande Guerra. Qui gli Alpini furono impiegati nel loro ambiente «naturale», le montagne che fanno da confine fra l’Italia e l’allora Impero austro-ungarico: le più alte montagne del continente, caratterizzate da ghiacciai permanenti, vette rocciose in gran parte ancora mai scalate e con severe difficoltà alpinistiche, temperature che d’inverno arrivano a -30 gradi sottozero, qui vi furono più i morti per assideramento e valanghe che per cause belliche. In aggiunta a queste estreme condizioni ambientali, gli Alpini si trovarono a dover combattere contro truppe a loro volta preparate, perché l’Impero austro-ungarico aveva a sua volta provveduto ad addestrare ed equipaggiare dei contingenti di montagna su imitazione italiana. Le truppe alpine si trovarono per la prima volta ad affrontare problemi giganteschi: piazzare fisicamente un grande numero di uomini su valichi, picchi, vallate innevate e mantenerli costantemente con rifornimento di viveri, munizioni, equipaggiamenti, combattendo contro gli agguerriti Kaiserjäger. A differenza di quanto avvenne in pianura, dove il fronte rimase sostanzialmente statico fino alla disastrosa ritirata di Caporetto, bisogna sottolineare che gli Alpini, se pur di poco, avanzarono nella conquista delle linee nemiche ed in ogni caso tennero fede al loro impegno principale: difendere le loro montagne. Da questo momento inizia la leggenda che avvolge il Corpo, e che prosegue tuttora. La decisione dell’intervento italiano nella seconda guerra mondiale rivela tutte le contraddizioni del regime fascista, imponendo scelte strategiche che non corrispondono ad un coerente piano militare.
Nel 1940 l’Italia non era preparata ad un confronto con le altre forze armate per la mancanza di materie prime e l’arretratezza tecnologica della nostra industria. I responsabili militari erano coscienti di questi limiti, ma non seppero opporsi alla volontà di Mussolini di intervenire a fianco dell’alleato tedesco: ecco quindi che, dopo aver aggredito la Francia ormai sconfitta e la Grecia, operazione che si rivelò un bagno di sangue, quando Hitler allargò il conflitto invadendo la Russia, l’Italia tra il ‘41 ed il ‘42 inviò un’armata di oltre 100.000 uomini, l’ARMIR, formata in prevalenza da truppe alpine, in effetti quasi tutti gli effettivi disponibili. La destinazione originaria sarebbe stata il Caucaso, ma questo obiettivo non fu mai raggiunto, perché in mezzo si trovava la grande pianura ucraina che termina con il fiume Don, e l’Armata Rossa, che dopo l’iniziale avanzata italo-tedesca contenne l’assalto e, nell’inverno 1942-43, respinse le truppe dell’Asse indietro fino alle porte d’Europa. Fra morti in combattimento, congelati e dispersi furono oltre 43.000 quelli che dalla Russia non ritornarono: una tragedia che sta perennemente a ricordarci la follia della guerra. Fra i tanti episodi di valore della guerra di liberazione, un posto particolare occupa l’impresa del battaglione «Piemonte». Immediatamente dopo l’8 settembre 1943, che segnò lo sbandamento totale dell’Esercito italiano, un gruppo di militari, in prevalenza Alpini, si trovava in Puglia, in attesa di partire per il fronte. Dopo una rapida consultazione, ufficiali e truppa su trovarono d’accordo nel non darsi alla fuga e continuare a combattere, aprendosi con le armi la via verso casa; poiché erano in maggioranza piemontesi, si autonominarono «battaglione Piemonte».
Si aggregarono pertanto alla 5a armata americana, che li rifornì di viveri ed armi, ma sostanzialmente li «parcheggiò» senza impiegarli in importanti attività operative. Questo fino a quando gli alleati si trovarono bloccati davanti a Montecassino, una zona montuosa, proposero al gruppo raccogliticcio, ma pur sempre Alpini, di intervenire. Dopo una breve valutazione del terreno, fu deciso di puntare sul Monte Marrone, che sovrasta Montecassino e da dove la posizione può essere aggirata. L'attacco alla cima, alta 1806 m, fu sferrato in piena notte il 31 marzo, sotto una nevicata, e comportò difficoltà dell’ordine del 3o grado alpinistico; in breve la vetta fu raggiunta e saldamente attrezzata per la difesa. Fra il 2 ed il 10 aprile tre battaglioni di Gebirgsjäger, i reparti alpini tedeschi, tentarono di penetrare nelle linee italiane dando luogo ad una serie di corpo a corpo nelle trincee e minacciando di scalzare gli italiani dalla vetta, ma il fuoco dell'artiglieria nel frattempo issata impedì l'afflusso di rinforzi tedeschi e gli Alpini poterono tenere la posizione, aprendo la via degli alleati verso la pianura. In seguito, il btg. Piemonte liberò Iesi, e contribuì alla liberazione di Bologna e Milano; nel 1945, a Torino, adempiuta la promessa di ritornare a casa da soldati, si sciolse, entrando così nella Storia. Al termine del secondo conflitto mondiale, l’Esercito italiano non è stato dismesso, ma ha continuato a mantenere un consistente numero di reparti - fra cui, ovviamente, gli Alpini - e quindi ad arruolare i giovani (maschi) secondo le consuetudini; questa volta però nel quadro della NATO, in cui siamo entrati subito come principali partners.
La storia dei 150 degli Alpini è la storia della nostra Patria, quasi dagli albori ai giorni nostri che portano tra di loro sia in servizio effettivo che i reduci i valori Alpini che sono: amicizia, fedeltà alla Patria, senso del dovere e la solidarietà verso gli altri, questo ultimo sentimento nato nelle trincee della Grande guerra e che brilla nel loro generoso animo. (Giorgio Cortese)












