
CASTELLAMONTE - Ultimi giorni per ammirare nella suggestiva cornice del Centro Ceramico «Museo Fornace Pagliero», in frazione Spineto di Castellamonte, la mostra antologica 1970-2021 di Giovanni Matano. La kermesse, infatti, inaugurata a fine agosto, in occasione del taglio del nastro della 60esima Mostra della Ceramica, si concluderà questo week-end: domenica 12 settembre. Alcune opere dell’artista castellamontese d’adozione sono inoltre presenti nella Rotonda Antonelliana.
«Quella di Giovanni Matano è un’arte primitiva che diventa ricerca antropologica e filosofica, che parte da queste maschere tribali per ribadire impulsi e vitalità inconsce, fame vera e propria ma anche fame di vita e di scoperta – commenta lo scrittore e autore teatrale Domenica Trischitta, che in occasione del finissage dell’antologica di Matano presenterà domenica 12 settembre alle 18 alcuni suoi libri su Catania - Una ricerca che dall'inizio dei tempi ha portato l'uomo ad affinare la tecnica ma che non può prescindere dai bisogni primari».
«Matano è un artista poliedrico, che sa usare i colori, lavorare la creta, scolpir e il legno e la pietra – scrive di lui il professore Romolo Gobbi – Giovanni Matano è anche un filosofo concreto, che con la creta ha rappresentato alcuni apsetti fondamentali della condizione umana. Cominciò con “la foresta” negli anni ’80, un’installazione di grandi alberi di creta colorati in omaggio a questi esseri così importanti per la vita, perché fissano l’anidride carbonica e liberano l’ossigeno. La loro funzione è diventata ancora oggi più importante, ma le foreste vengono aggredite dalle città, dagli incendi e dalla deforestazione. Coloro che dovrebbero occuparsi di questi disastri, i politici, sono stati raffigurati nell’installazione “il Convegno” presentata alla XI Quadriennale di Roma nel 1986. A conclusione della sua concezione filosofica, Giovanni Matano, negli anni ’90 realizzò l’installazione “il coro”: una tragica rappresentazione dell’esistenza, nella quale, su alte colonne nere, grandi teste, anch’esse nere, intonano un coro muto di protesta»,











