
CASTELLAMONTE - Dal Canavese e da Cuorgnè, dove sabato scorso, 22 gennaio 2022, era stata protagonista di un emozionante incontro nell’ex chiesa della Santissima Trinità, agli studi televisivi della Rai. Ieri sera, domenica 23 gennaio, Lidia Maksymowicz è stata ospite di Fabio Fazio nel corso della popolare trasmissione «Che tempo che fa».
Nell’imminenza del Giorno della Memoria che ricorre il 27 gennaio, Fabio Fazio ha intervistato Lidia Maksymowicz, deportata dalla campagna bielorussa e internata nel campo di concentramento di Auchwitz-Birkenau quando aveva solo pochi anni, insieme alla madre. La signora Lidia ha donato al conduttore una copia del libro appena uscito a cui ha affidato la sua toccante testimonianza: «La bambina che non sapeva odiare», scritto con il giornalista Paolo Rodari e introdotto da testi di Papa Francesco e di due altri sopravvissuti alla persecuzione nazista, Liliana Segre e Sami Modiano. La vicenda di Lidia è inoltre stata illustrata nel docufilm uscito l’anno scorso “70072: la bambina che non sapeva odiare”, prodotto dall’Associazione La Memoria Viva di Castellamonte, in collaborazione con il Club Turati del Canavese e il Comitato Resistenza e Costituzione del Consiglio regionale.
A custodire il libro un elegante scrigno con la forma della caratteristica tofeja castellamontese. Una vera e propria opera d’arte ceramica, che ha rubato l’occhio dei tanti telespettatori. E’ stata realizzata dall’artista di Castellamonte, Corrado Camerlo, e finemente decorata dalla boscherese, Cristina Faccio. Lo scrigno, nato dall’ispirata vena artistica dei due canavesani, sarà poi donato insieme al libro di Lidia Maksymowicz nei prossimi giorni anche a Papa Francesco, al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ai Presidenti di Camera e Senato, alla senatrice a vita, Liliana Segre, al Ministro Luigi Di Maio, a Sami Modiano, al professor Giuliano Amato e all’ambasciatrice della Polonia in Italia Anna Maria Anders.
Lidia, salutata da un lungo applauso con il pubblico della trasmisisone Rai tutto in piedi, visse per tredici mesi l’inferno del lager, nella baracca dei bambini, diventando una delle piccole «cavie» degli esperimenti del dottor Josef Mengele. Sua madre sparì in una delle «marce della morte», alla fine del 1944 poco prima che le truppe russe arrivassero a liberare i prigionieri. La bambina fu poi adottata da una donna polacca che si prese cura di lei ma non perse le speranze di rivedere la madre naturale, che in effetti ritrovò dopo diciassette anni di ricerche. Nonostante i dolorosi ricordi di quello che lei definisce «il lungo inverno», ovvero l’orrore del nazismo, Lidia ha deciso di dedicare la vita a raccontare la sua esperienza per dire no all’odio e perché la storia non si ripeta.












