
BOSCONERO - «Qualsiasi cosa farai nella vita sarai sempre un clown» perché fare il clown è qualcosa che va oltre un semplice lavoro, è un modo di essere: a raccontarcelo è Riccardo Forneris, attore e clown di Bosconero. Proprio in paese, il 9 aprile alle 21, l'artista sarà protagonista con «Alfred Clown Cabaret»: una serata di teatro, musica e circo con artisti torinesi e bosconeresi.
Com’è nata la passione per la clowneria? La consideri più un lavoro o una passione? «Quella del clown è un’attitudine interna, uno strumento che come tutte le arti viene fuori prepotentemente prima o poi, soprattutto da bambini, ma una volta adulto sta a te scoprirlo e tirarlo fuori. Ho sempre avuto una passione per quest’arte, quasi inconsciamente: già da bambino giocavo in modo clownesco, indossavo i vestiti enormi da adulto di mio nonno o quelli da donna di mia mamma, giocavo, andavo a parlare in piazza con i vecchietti. Lavorativamente però è una passione nata dai 20 anni in poi quando mi sono trasferito a Torino e ho scoperto il teatro fisico, l’arte di strada e infine anche quella circense.» Una domanda forse un po’ forte: smetterai mai di fare il clown, per tua volontà o meno? «Hai ragione, è una domanda molto forte, – risponde Forneris ridendo – ma non so se smetterò mai di farlo, non è facile perché è qualcosa di molto particolare che va oltre il lavoro. Una maestra di Parigi una volta in un’email mi ha scritto: “Qualsiasi cosa farai nella vita sarai sempre un clown”, proprio perché è qualcosa che va al di fuori del lavoro, è uno stato, un modo di essere, una scoperta, come disse il famoso clown Jango Edwards, “una volta che lo hai scoperto non torni indietro”».
Com’è stato attraversare la pandemia con le varie restrizioni per te in primis e in generale per il settore? «Quando è esploso il covid ero a Barcellona perché in quel periodo vivevo lì e artisticamente la pandemia si è sentita molto meno: appena possibile, appena cambiavano un po’ i decreti si organizzavano eventi così da racimolare qualche soldo e farsi vedere. Proprio lì ho creato uno spettacolo che poi ho venduto anche in Italia in qualche evento con i comuni; il tema era ovviamente il covid ma ne parlavo indirettamente, giocando su argomenti come l’uso delle mascherine, la paura della morte, la paura del contatto, sempre in maniera comica - racconta Riccardo - Questo per quanto riguarda me, molti colleghi invece sono riusciti a passare questo periodo grazie al fatto che avendo lavorato molto di più con spettacoli, a differenza mia che lavoro più nel sociale, senza dati precisi su ciò che faccio, sono riusciti ad ottenere agevolazioni con i contributi versati prima; altri invece si sono dati a tutt’altro, hanno coltivato passioni, trovato lavoretti. Ho visto molti cambiamenti pur di poter affrontare la situazione, come spesso succede agli artisti in questi periodi grigi: ci sono state difficoltà a livello emozionale e pratico per l’arte, soprattutto per i clown che vivono del contatto col pubblico perché per noi non esiste la quarta parete, abbracciamo le persone, lavoriamo negli ospedali, facciamo spettacoli in strada, portiamo la gente sul palco, lavoriamo con i bambini… Capisci che è stata dura anche mentalmente per noi. Inoltre le istituzioni non hanno aiutato molto il mondo dell’arte in questo senso perché non è considerata una priorità, ma per me e i miei colleghi è un lavoro che serve alla gente; la gente ha bisogno di noi e nonostante questo si è data precedenza a situazioni considerate più “utili” ma allo sesso tempo più rischiose. Per esempio, andare in un ristorante o ad un bar a fare aperitivo e togliere la mascherina appena ti siedi è più rischioso di assistere ad uno spettacolo all’aperto o al chiuso con giusto distanziamento e la mascherina addosso tutto il tempo? È una delle tante contraddizioni di questa pandemia». Conclude poi: «Non si pensa mai come l’arte possa essere davvero una cura fisica, in termini di rilascio di endorfine, ma soprattutto psicologica: ti fa sentire bene, non assisti solo ad uno spettacolo e vai a ridere ma anche ad emozionarti, è un rito collettivo e secondo me serve».
Attualmente stai tenendo dei corsi a Bosconero sia per bambini che per adulti, cosa si fa principalmente? Come è nata questa idea? «Una parte del mio lavoro è anche la formazione del clown teatrale, prima nelle scuole con i bimbi e ora anche con gli adulti attraverso questi due corsi molto brevi che durano circa 4/5 lezioni, uno base e l’altro avanzato; una formazione breve ma intensa diciamo. Sono alle prime armi con loro, mi sta piacendo così tanto e a quanto pare piace anche alla gente, tanto che hanno creato un gruppo WhatsApp con me per avvisarli in caso dovessi organizzare altro; mi chiedono spesso, vedrò cosa combinerò! Dire cosa si fa è difficile, è particolare: facciamo esercizi teatrali a tema clown, per il momento non improntati sulla creazione di uno spettacolo ma principalmente allenamenti al gioco, al gruppo e allo scoprire il clown pratico e teorico con esercizi e giochi che riprendono ciò che ho appreso durante i miei anni di formazione in Italia, Spagna e Francia con i grandi maestri clown. È una cosa molto bella; durante una lezione abbiamo definito ciò che facciamo con “meditazione giocosa e dinamica”, nel senso che si scopre una parte di noi che di solito nascondiamo durante la vita quotidiana, per metterla in scena e giocare con gli altri attraverso le classiche gag del clown, tra cui anche il fallimento in scena. Ecco, quando accetti il fallimento, di essere incapace a fare determinate cose, di volerle fare al meglio ma poi cadi, arriva il modo per accettarlo e giocarci. Il pubblico allora entra in empatia con te, scatta la comicità, o ride con te o gli fai tenerezza ma in entrambi i casi lo conquisti, di conseguenza tu catarchicamente ti sei divertito e hai scoperto una parte di te liberatoria».
«L’idea di questi corsi mi è venuta dopo essere tornato da Barcellona e cercavo cose da fare: ho capito di avere questo teatro vuoto a disposizione a Bosconero in cui mi hanno coinvolto per gestirlo e già che c’ero l’ho sfruttato per tenere corsi d’inverno al chiuso - aggiunge l'artista canavesano - Quindi ho proposto questi corsi e inaspettatamente è venuto fuori un bel gruppetto di persone anche fuori dagli altri comuni; persone che lavorano nel sociale, un meccanico, una signora, un ragazzo che sta studiando: un gruppo particolarissimo ma che sta funzionando. È bello, quella della formazione è una parte di me che mi sta interessando molto, l’ho sempre fatto con i bambini e ora anche con adulti e anziani nelle Rsa, in diversi contesti e con diverse età.»
Hai dei progetti futuri? Spettacoli? So che il 9 aprile terrai uno spettacolo a Bosconero… «Esatto! Il 9 aprile terrò questo spettacolo che si chiama “Alfred Clown Cabaret” a Bosconero. È all’interno dell’Alfred Clown Festival, un festival a tema clown e arte di strada che si terrà a maggio e che organizziamo dal 2018; visto che ha funzionato molto, abbiamo voluto riproporlo anche quest’anno con vari eventi, piccoli e grandi. L’apertura sarà proprio costituita dallo spettacolo del 9 aprile: sarà un evento fatto apposta per scaldare il pubblico, fare pubblicità e tenere una raccolta fondi, con cui si finanzierà una parte del festival di maggio. È un cabaret assurdo, folle: raduno persone del paese e facciamo un cabaret pazzo, di musica, teatro, clown, circo un po’ di tutto in teatro. Poi all’interno del festival ci saranno altri vari piccoli eventi, come la Biscoteca, si va tutti in piazza in pigiama a bere succo di frutta e ballare, un ribaltamento della realtà clownesco!». Progetti per il futuro più lontano? «Più in là credo che mi concentrerò su “Una nit”, uno spettacolo teatrale clown che tocca il tema della morte in modo tragicomico, è molto nuovo e sta funzionando. Poi ho questa compagnia in Francia, verso Marsiglia: siamo un trio e facciamo sempre teatro clown e circo raccontando storie in maniera comica. Poi si vedrà, sono tornato ad agosto in Italia e devo capire se rimango in paese o mi muoverò a Torino». (M.L.)









