RIVAROLO - Sentenza Tar contro la centrale a biomassa: la prossima amministrazione cosa deciderà?

Il ricorso della Sipea contro il Comune è stato respinto. Ora la prossima amministrazione di Rivarolo dovrà decidere come gestire la questione della centrale a biomassa. L'azienda si era rivolta al Tar contro il provvedimento negativo, rilasciato dal Comune, in merito ad alcune modifiche al progetto originale della centrale. Una parte degli impianti, infatti, è stata costruita su una porzione di Vallesusa adibita a parcheggio pubblico. La sentenza del 27 marzo ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno fatto presente che «al di là della contestazione, nessun provvedimento lesivo è stato adottato dal Comune nei confronti di Sipea: né l’annullamento dei titoli edilizi, né tanto meno un’ordinanza di demolizione delle opere in questione».

L'associazione Non bruciamoci il futuro torna sull'argomento: «Nel corso di alcuni sopralluoghi sollecitati dalla nostra Associazione, il Comune di Rivarolo guidato dalla allora Commissione Straordinaria (insediata da poco in Comune causa le note vicende) ebbe a constatare che la società Sipea aveva realizzato alcune opere senza la disponibilità giuridica delle aree essendo assoggettate ad uso pubblico (come stabilito dal' art.7 della Convenzione 14/5/2008 ed in attuazione della terza variante del Piano Particolareggiato Esecutivo, P.P.E. per l'area ex Vallesusa). In pratica per il Comune risulterebbe non conforme tutto quanto realizzato all'esterno del già esistente parallelepipedo storico e cioè: tutta l'enorme caldaia a biomasse, il deposito cippato e il suo sistema di movimentazione».

Contro quel provvedimento del Comune la Sipea (oggi Engie) aveva presentato il ricorso ed in via subordinata aveva richiesto i danni (54 milioni di euro, 21.462.341 euro per spese sostenute nella realizzazione della centrale + 32.687.000 per il mancato guadagno). «Ora che il ricorso Sipea è stato dichiarato inammissibile dal Tar Piemonte, occorre decidere se perseguire un accordo oppure ordinare la demolizione delle opere in questione - spiegano dall'associazione ambientalista - rimane però il dubbio che se si fosse trattato di abuso edilizio di un qualunque cittadino, senza richiesta danni per 54 milioni, l'ordine di demolizione con sanzione e ripristino dei luoghi sarebbe probabilmente già partito».