
La sentenza di primo grado del processo per le morti d'amianto in Olivetti, pronunciata ieri al tribunale di Ivrea, inchioda i manager dell'azienda sulle mancate procedure di sicurezza negli stabilimenti del Canavese. Circostanza che l'accusa ha tentato (con successo) di far emergere nel corso del dibattimento. «Una sentenza molto importante che accoglie le nostre istanze di presentarci come parti civili - dichiara il segretario Fim-Cisl, Claudio Chiarle – ma soprattutto conferma che nel nostro territorio gravi problematiche ambientali sono state sottaciute da chi si presenta con “l’aria liberal” come i De Benedetti. Un riconoscimento ai lavoratori Olivetti, perché lo spirito comunitario Olivettiano, ormai tramontato, è finito nelle mani di imprenditori tesi al profitto anche sulla pelle dei lavoratori. Naturalmente ci aspettiamo l’appello ma la strada è stata tracciata e noi, come sempre, rispetteremo l’esito della magistratura».
Soddisfazione è stata espressa anche da Laura D'Amico, avvocato che ha seguito la Fiom-Cgil nel processo. «E' emersa la verità ed è stata data giustizia alle vittime - dice il legale del sindacato - il giudice ha condannato gli imputati al risarcimento dei danni ai privati e alle associazioni, tra cui anche la Fiom-Cgil». E Federico Bellono, segretario provinciale della Fiom, presente in aula al pronunciamento della sentenza, conferma: «Nulla può restituire ai famigliari i lavoratori scomparsi ma almeno questo processo ha fatto giustizia ed è significativo che le pene più severe siano state comminate alle figure di grado più elevato. Purtroppo qui non si chiude l'intera partita. Non solo perché sicuramente le difese ricorreranno in appello, ma anche perché sono già in stato avanzato i lavori istruttori di processi per altre morti di amianto in Olivetti».








