
Adesso è scritto nero su bianco: «Dayco» non lascerà il Canavese. L’accordo firmato l’altra mattina conferma gli investimenti sul territorio da parte dell’azienda metalmeccanica di San Bernardo d’Ivrea, leader nel settore dell’automotive. Lo stabilimento eporediese, che oggi dà lavoro a 560 persone, resterà la sede principale dell’azienda che ha annunciato di voler investire qualcosa come quattro milioni di euro.
«E’ stato firmato un accordo di grande importanza – dice Fabrizio Bellino della Fiom – perché gli investimenti previsti dal gruppo garantiscono continuità occupazionale e l’intenzione di non delocalizzare nessuna delle produzioni». Il punto focale dell’accordo firmato con le sigle sindacali è proprio questo: fino a poche settimane fa circolavano voci insistenti di trasferimenti produttivi in India e in Polonia, dove, a costare meno, è soprattutto la manodopera. «Ora l’azienda ha garantito che resterà tutto in Canavese – spiegano dal sindacato - e un ulteriore passo avanti verrà fatto nel settore ricerca e sviluppo su nuovi prodotti. Dayco, insomma, si conferma il marchio metalmeccanico più rilevante dell’eporediese». I vertici dell’azienda hanno ribadito che il polo di Ivrea resterà leader nei tensionatori (che vengono utilizzati per tendere le cinghie dei motori) e nella ricerca di nuove soluzioni.
La firma sull’accordo è arrivata dopo il via libera da parte delle assemblee dei lavoratori che, la scorsa settimana, hanno vagliato, punto per punto, il piano industriale presentato dall’azienda. «Abbiamo chiesto e ottenuto che le garanzie annunciate nei mesi scorsi diventassero qualcosa di concreto – dice ancora Bellino – l’accordo, raggiunto dopo oltre due mesi di trattative, è fondamentale per lo sviluppo di Ivrea. Ci sono già volumi da produrre da qui fino al 2019». A giugno, proprio in risposta alle allarmanti voci di possibili delocalizzazioni in India e Polonia (si era improvvisamente dimesso anche il direttore dello stabilimento), i lavoratori Dayco avevano più volte incrociato le braccia. Voci che, di conseguenza, avevano già previsto ampi ridimensionamenti della forza lavoro, con il «tradizionale» ricorso alla mobilità e alla cassa integrazione. L’accordo, sottoscritto da tutte le parti, sembra mettere la parola fine alle incertezze.








