
La desertificazione commerciale della nostre Comunità è sotto gli occhi di tutti. Negli ultimi anni, ho assistito, con animo sgomento, ad una progressione impressionante di vetrine vuote, saracinesche che si abbassano, luci che si spengono. Viviamo in Comunità sempre più marginali e purtroppo sempre più povere di offerte commerciali, ricreative e culturali.
Purtroppo, queste continue chiusure sono gli effetti deleteri della globalizzazione selvaggia che sta creando un modello economico che ha messo al primo posto le speculazioni finanziarie. “Gli idoli” della globalizzazione vogliono rubarci la dignità. La gloriosa Ferramenta Beda, fondata nel lontano 1915, pensate che in quel famoso anno, novantanove anno fa Einstein pubblica la teoria della relatività generale, viene creato in America il chiodo, giubbino di pelle usato dagli aviatori per proteggersi dal freddo e il 26 aprile l’Italia firma il Patto di Londra con la Triplice Intesa e poi il 24 maggio la nostra Patria dichiara guerra all'Impero Asburgico entrando così nella carneficina della Prima guerra mondiale.
Proprio in quell’anno Beda Bernardo già titolare di un laboratorio di fabbro dove adesso c’è la locale Banca Sella, sposa Savio Ida di Canischio e con la consorte apre il negozio in via Marconi a Favria, allora cascina della famiglia omonima. Pensate che nel 1920, la Prima guerra mondiale è passata, il signor Beda faceva arrivare per la sua attività di fabbro fabbricante di ringhiere dei treni di ferro e possedeva due camion per servire la vasta cliente che andava dalla prima cintura di Torino su fino a Ceresole Reale.
Poi l’attività passa alla figlia Maria che la conduce con gli altri famigliari e il marito Antonio, successivamente arriviamo alla terza generazione con i figli Donatella e Massimo, ma dopo 99 di onorato servizio causa globalizzaione è morta una storia commerciale, dalle lunghe radici, della nostra Comunità. La chiusura di questa attività è simile all’abbattimento di una quercia centenaria, un pezzo di storia di ricordi di aneddoti se ne va con la cessazione, ma vivo in noi favriesi rimane il ricordo della memoria che non deve andare dispersa.
In questo momento mi viene da pensare che la globalizzazione attuale è simile a quanto scritto dal grande Tolstoj in un suo scritto minore intitolato “Che fare?”. “Siedo sulla schiena di un uomo, soffocandolo, costringendolo a portarmi. E intanto cerco di convincere me e gli altri che sono pieno di compassione per lui e desidero di migliorare la sua sorte con ogni mezzo possibile. Tranne che scendendo dalla sua schiena.” Leggendo quelle sue righe, il pensiero va spontaneamente a tutte le forme di sfruttamento che l'umanità nella sua storia ha perpetrato. Dalla schiavitù fino al colonialismo e alle moderne prevaricazioni delle multinazionali e a certi esiti della stessa globalizzazione. Leggendo quelle sue righe, il pensiero va spontaneamente a tutte le forme di sfruttamento. Dalla schiavitù fino al colonialismo e alle moderne prevaricazioni delle multinazionali. Tra loro scorre un filo nero di sopraffazioni e di abusi.
Quante volte vediamo delle attività aperte da generazioni che chiudono non per incapacità manageriale o perchè non hanno fatto i furbetti con i clienti. Un esame di coscienza sulle mie relazioni sociali diventa, quindi, sempre necessario per essere eventualmente pronto a scendere dalla schiena del prossimo togliendo per quanto possibile la centralità alla legge del profitto e della rendita e ricollocando al centro la persona e il bene comune. Si, è vero, perdiamo un pezzo di storia ma almeno non lasciamolo cadere nell’oblio. Magari dedicando la via al nome del fondatore delle ferramenta oppure apponendo una targa per ricordare l’attività svolta. Questo magari sarebbe già qualcosa. (Giorgio Cortese)









