
CHIVASSO - È morto a 74 anni all’ospedale di Chivasso, Domenico Belfiore, ritenuto per decenni uno dei principali riferimenti della ’ndrangheta in Piemonte. A stroncarlo è stato un infarto. Da tempo non era più in carcere: aveva ottenuto il differimento della pena per gravi condizioni di salute.
Originario di Gioiosa Jonica, classe 1951, Belfiore era stato condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio del procuratore Bruno Caccia, ucciso il 26 giugno 1983 sotto la sua abitazione di Torino. L’ultima sua apparizione pubblica risale al novembre 2016, davanti alla Corte d’assise di Milano. In sedia a rotelle, ribadì la propria innocenza.
La sua vicenda giudiziaria ha sempre lasciato spazio a interrogativi più ampi. Negli anni, dichiarazioni di collaboratori di giustizia e intercettazioni hanno alimentato dubbi e ricostruzioni alternative, tratteggiando l’immagine di un uomo ancora influente negli ambienti criminali.
Dal 2015 viveva agli arresti domiciliari. Negli ultimi undici anni è rimasto lontano dai riflettori e non ha mai fornito nuove versioni sui retroscena dell’omicidio Caccia né sugli equilibri della ’ndrangheta piemontese. Con la sua morte si chiude un capitolo giudiziario che, per molti, lascia ancora tante domande aperte.








