
CANAVESE - Dopo nove mesi di attesa, il paziente ha ottenuto ciò che chiedeva con lucidità e determinazione: porre fine alle proprie sofferenze. L’atto conclusivo è avvenuto nella sua abitazione, alla presenza dei sanitari da lui scelti e il supporto tecnico e logistico dell’Asl To4. Giuseppe, nome di fantasia, è stato il primo in Piemonte ad accedere al suicidio medicalmente assistito. Proprio l’Asl To4, nelle settimane precedenti, era finita al centro di polemiche: aveva riconosciuto la presenza dei requisiti previsti dalla giurisprudenza per il fine vita volontario, ma aveva escluso la possibilità di fornire farmaci e assistenza. Un riconoscimento formale, privo però degli strumenti concreti per esercitare quel diritto.
In seguito, qualcosa è cambiato. La richiesta avanzata dai legali della famiglia puntava a un’applicazione piena e coerente dei principi stabiliti dalla Corte costituzionale. Non un’eccezione, ma l’attuazione di un orientamento già affermato nei tribunali. La Regione ha quindi scritto alle Asl, richiamando la necessità di attenersi a quanto sancito a livello nazionale. Nei giorni scorsi la procedura è stata completata, proprio come richiesto da Giuseppe.
«Questa storia conferma un punto ormai chiarito dalle sentenze della Corte costituzionale: nei casi previsti, il diritto all’aiuto al suicidio deve trovare piena attuazione all’interno del Servizio sanitario nazionale. Ma questo risultato ancora troppo spesso non è immediato», ha dichiarato Filomena Gallo, avvocata e Segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni. «Garantire il diritto all’autodeterminazione nel fine vita significa fare in modo che nessuno debba lottare contro lo Stato per vedere riconosciuto un diritto che la Costituzione già garantisce».
Per Marco Cappato, Tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, «l'uomo ha dovuto subire 8 mesi di condizioni di sofferenza insopportabili e di agonia prima di ottenere ciò che avrebbe dovuto ottenere da subito: l’aiuto medica alla morte volontaria da parte della Asl e del Servizio Sanitario Nazionale. Questo è un diritto in tutta Italia, anche se il Governo vorrebbe cancellarlo con una legge e anche se troppe Regioni continuano a ostacolarlo e boicottarlo».
Diversa la posizione di don Giuseppe Zeppegno, presidente del Centro Cattolico di Bioetica della diocesi di Torino. «Il primo suicidio assistito in Piemonte, operato con il via libera della Regione in attuazione delle prescrizioni della Corte Costituzionale, è prima di tutto, per tutti noi, partecipazione al lutto di una famiglia addolorata per la morte di una persona amata, un uomo giovane, che ha chiesto di porre fine a una sofferenza che non riusciva più a sostenere. Ora quest’uomo non soffre più, ma la sua vicenda resta una dolorosa tragedia e una sconfitta umana e sociale perché ha ottenuto questo obiettivo rinunciando alla propria vita. Mentre accompagniamo con un pensiero affettuoso coloro che stanno soffrendo, non possiamo rassegnarci a constatare che si affronta la sofferenza con l’annientamento della vita. È obiettivamente difficile comprendere perché si faccia ancora così poco nel nostro Paese per incentivare la medicina palliativa, che accompagna chi vive il dramma della malattia senza prospettiva di guarigione, alleviando il dolore fisico e prendendo in carico tutti i bisogni medici, assistenziali e spirituali. Questa, ne siamo convinti, resta l’opzione preferibile. Credo che la società debba sempre più organizzarsi con una attenta sollecitudine in funzione dei deboli. Quanto al via libera dato dalla Regione Piemonte al suicidio assistito, esso prende atto dell’esistenza di un quadro normativo vincolante anche in assenza di leggi: la partita è dunque in mano al Governo e al Parlamento, che da troppo tempo non si pronuncia pur avendo i numeri per cambiare, correggere o migliorare».








