CASTELLAMONTE - L'emozionante spettacolo «Una Vita» al liceo Faccio

«Non si esce da un’esperienza come questa, senza il retaggio di precisi doveri verso se stessi e verso gli altri». Sono le parole pronunciate da Luciana Nissim, brillante pediatra e psicoanalista italiana, di origine ebraica, ex-deportata dai campi di concentramento nazisti. A mantenere vivo il ricordo di questa straordinaria donna, ci ha pensato, all’interno delle iniziative organizzate dal Liceo Artistico Felice Faccio la celebrazione della Giornata della Memoria, l’emozionante spettacolo teatrale “Una vita”, allestito al Martinetti e tratto dalle testimonianze contenute nel testo “I ricordi della casa dei morti e altri scritti “ di Luciana Nissim Momigliano, a cura di Alessandra Chiappano, e da fonti archivistiche.

Un progetto di enorme importanza, nato dalla collaborazione tra l’Archivio Storico Olivetti e l’attrice ed insegnante del Faccio, Pamela Guglielmetti, che, oltre ad aver curato la sceneggiatura e la regia, ha raccontato con un’interpretazione maiuscola la commovente storia di una giovane strappata alla vita a soli 25 anni e fatta salire su un convoglio diretto ad Aushwitz insieme a cari amici, tra i quali Primo Levi. Una trasposizione scenica delle memorie dal lager di Luciana Nissim magistrale, in grado di sensibilizzare e informare, offrendo l’occasione di una profonda riflessione ai giovani poiché le paure, i sogni, le speranze a cui ha dato voce Pamela Guglielmetti sono quelli che qualsiasi ragazzo porta nel cuore.

Luciana Nissim nasce a Biella  nel 1919 da famiglia ebraica. Dopo gli studi liceali si iscrive a Medicina a Torino. Di  intelligenza brillante, è avanti di un anno negli studi: perciò  quando vengono emanate le leggi razziali che vietano agli ebrei l’iscrizione all’Università  ha la possibilità di continuare gli studi. A pochi mesi dalla laurea, nel dicembre 1943,  viene arrestata in Val d’Aosta  insieme con gli amici con i quali si proponeva di costituire una banda partigiana. 
 
Imprigionata nel campo di  Fossoli vicino a Carpi, all’arrivo dei tedeschi viene deportata a Auschwitz-Birkenau con un trasporto di circa seicento persone. Ne torneranno poco più di dieci. Nell’atroce viaggio ha per compagni sul vagone piombato gli amici più cari: Primo Levi, Vanda Maestro, Franco Sacerdoti. Sopravviveranno solo Luciana e Primo. A fine agosto 1944 Luciana ha la possibilità di lasciare Auschwitz per fare il medico in un sottocampo di Buchenwald. Dopo la liberazione, nell’aprile 1945, rimane per un poco in Germania come medico in un ospedale e ritorna a casa a fine agosto. Sposa Franco Momigliano, allievo di Einaudi, e si trasferisce con lui a Ivrea: entrambi lavorano all’Olivetti dove Luciana diventa direttrice dell’asilo per i dipendenti e poi dei servizi sociali.