Una parte degli esodati dell'Asa (sono ottanta in tutto) ha deciso di non firmare l’accordo proposto dal commissario Stefano Ambrosini che prevedeva il pagamento del 30% degli arretrati a patto che i lavoratori rinunciassero a impugnare il licenziamento. «Questo, per noi, è un ricatto – dicono gli ex dipendenti Asa, molti dei quali impiegati e amministrativi – quei soldi ci sono dovuti perché relativi alle ferie non godute e alle tredicesime mai pagate dall’azienda. A questo punto ci viene chiesto di fare un passo indietro per incassare somme che ci spettano. E’ inaccettabile».
«Abbiamo fatto tutto il possibile per salvare il maggior numero di posti di lavoro – ribatte Francesco Tutone della Fit-Cisl – ci si dimentica che l’Asa è un’azienda fallita. Alla lunga non ci sarà più nessuno al quale chiedere gli arretrati». Per questo Cgil, Cisl, Uil e Fiadel hanno firmato con Ambrosini un accordo quadro che riconosce le somme che spettano ai lavoratori. «Il vero problema è che la politica ci ha completamente abbandonati – aggiunge Tutone – da destra a sinistra, nessuno si è davvero impegnato per salvare i dipendenti. I 140 passati alla Teknoservice li hanno salvati i sindacati». Ancora oggi, per assurdo, ci sono dei Comuni insolventi nei confronti dell’Asa che, nonostante i solleciti del consorzio, non hanno pagato il dovuto.
E’ andata meglio la trattativa con coloro che hanno trovato posto nella nuova azienda che si occupa della raccolta rifiuti: non avendo licenziamenti da impugnare, tutti hanno firmato per la dilazione degli arretrati, incassando in prima battuta il 15% del totale.








