
Orson Welles nasce il 6 maggio 1915 a Kenosha, Wisconsin, una piccola città del Midwest di cui nessuno avrebbe mai sentito parlare se non fosse per lui, e muore il 10 ottobre 1985 a Los Angeles, davanti a una macchina da scrivere, con un film incompiuto nel cassetto e altri sparsi per il mondo come briciole di pane.
Nel mezzo ci sono 12 lungometraggi finiti, una guerra dei mondi trasmessa per radio, tre mogli, Rita Hayworth trasformata in bionda platinata contro la volontà di mezza Hollywood, una Palma d'oro a Cannes, un romanzo ritrovato per caso in un archivio torinese, e la reputazione di essere il più grande regista della storia del cinema nonché, secondo i suoi detrattori, il più grande sprecone di talento che il cinema abbia mai prodotto.
Entrambe le cose sono vere, ed è la ragione per cui, settant'anni dopo“Quarto potere”, si continua a parlarne.
Dal 1° aprile al 5 ottobre 2026, il Museo Nazionale del Cinema di Torino ospita “My Name Is Orson Welles”, la mostra più completa mai dedicata al regista in Italia: oltre 400 pezzi tra fotografie, documenti d'archivio, sceneggiature annotate, disegni, manifesti originali e installazioni, alcuni mai esposti prima, provenienti da collezioni pubbliche e private e dal fondo Welles del Museo stesso.
La mostra è concepita dalla “Cinémathèque française” e curata dal suo direttore Frédéric Bonnaud, che ha scelto per allestirla uno spazio che Welles avrebbe scelto lui stesso: la rampa elicoidale dell'Aula del Tempio della Mole Antonelliana, che sale verso il cielo con la stessa logica vertiginosa dei carrelli impossibili di Quarto potere.
La Mole è monumentale, anomala e non assomiglia a niente di ciò che la circonda, e chiunque la guardi per la prima volta non riesce a credere che esista davvero: Welles funzionava più o meno allo stesso modo.
A 23 anni era già una star della radio nazionale, a 25 aveva girato il film che François Truffaut avrebbe definito “quello che ha ispirato il maggior numero di vocazioni da cineasta” e che per cinquant'anni consecutivi ha occupato il primo posto nella classifica dei migliori film della storia secondo la rivista britannica “Sight & Sound”. Godard, con la sua consueta tendenza alla sintesi apocalittica, disse che tutti i cineasta del mondo “gli dovranno tutto, per sempre”. Anche Sartre si occupò di lui, in un articolo tanto brillante quanto pieno di disprezzo: se pure il cinema cominciava a far pensare la gente, dove si sarebbe andati a finire? Welles non ebbe mai fortuna con gli intellettuali, probabilmente perché era uno di loro e lo sapevano.
Il percorso espositivo comincia in modo che definire spettacolare è quasi un eufemismo. Nell'Aula del Tempio, tre schermi in tripolina sono sospesi a diciotto metri di altezza attorno all'ascensore panoramico e proiettano la scena degli specchi de “La signora di Shanghai”, la sequenza più ipnotica della storia del cinema, girata da Welles dopo aver convinto la Columbia a trasformare Rita Hayworth, la donna dai capelli rossi più famosa del pianeta che lui aveva appena sposato, in una bionda platinata con i capelli corti.
Harry Cohn, il padrone onnipotente della Columbia, non glielo perdonò mai. Il film ne uscì a pezzi, tagliato e rimaneggiato contro la volontà del regista, e di quella battaglia non restano che “sublimi frammenti di bellezza”, come li chiama la mostra stessa, con una franchezza che avrebbe fatto sorridere Welles.
Poco lontano, la chapelle del Caffè Torino si trasforma nello studio radiofonico della RKO da cui, la sera del 30 ottobre 1938, partì il panico. Welles aveva adattato per la CBS “La guerra dei mondi” di H.G. Wells trasformandola in un notiziario in diretta: breaking news, l'invasione dei marziani nel New Jersey. Una parte consistente degli Stati Uniti ci credette: seguirono la prima pagina del “New York Times”, le scuse pubbliche del colpevole e, nel giro di qualche mese, un contratto con la RKO Pictures che gli concedeva una libertà creativa totale di cui nessun regista, tantomeno un debuttante, aveva mai beneficiato prima. Hollywood non poteva fare a meno di un personaggio simile.
La rampa elicoidale si sviluppa in cinque grandi aree tematiche che seguono la biografia di Welles con la stessa struttura frammentata e non lineare che lui avrebbe scelto. Si parte dal “Wonder Boy”, il bambino prodigio di Kenosha che perde la madre a nove anni, viene adottato dal medico di famiglia Maurice Bernstein, a 14 anni entra alla Todd School for Boys dove mette in scena Shakespeare, e a 17 parte per l'Irlanda dove in quattro mesi al Gate Theatre di Dublino diventa attore professionista. Si arriva al Re senza regno degli ultimi anni, quando Welles girava per il mondo con la cinepresa e la moviola come unico bagaglio, finanziando i propri film con i proventi di pubblicità televisive e ruoli cinematografici accettati senza troppe domande.
In mezzo la conquista di New York, il Macbeth voodoo di Harlem del 1936 interamente interpretato da attori afroamericani, il capolavoro della RKO, l'esilio europeo, Cannes, “Il terzo uomo”, Kafka, Shakespeare, e una quantità di progetti incompiuti che da soli basterebbero a fare la carriera di un altro regista.
Tra i materiali esposti ci sono il certificato di nascita, sceneggiature con commenti autografi, foto di scena e manifesti originali. E poi una rarità assoluta: le tavole disegnate e colorate da Guido Crepax per “La storia immortale”, dal racconto di Karen Blixen messo in scena da Welles.
Crepax e Welles sotto lo stesso tetto è una di quelle coincidenze che sembrano costruite a tavolino e invece sono semplicemente la realtà che, ogni tanto, si comporta come un buon sceneggiatore.
Il fondo Welles del Museo custodisce anche la copia originale in inglese di “Un pezzo grosso”, romanzo inedito del regista che giaceva dimenticato negli archivi torinesi. Il testo era uscito in Francia nel lontano 1953 in un'edizione rimaneggiata, e non era mai stato pubblicato in inglese né negli Stati Uniti né altrove. La nave di Teseo lo manda in libreria proprio in occasione della mostra, con traduzione di Alberto Pezzotta e testi di Gianfranco Giagni e Sergio Toffetti.
Il fatto che un romanzo inedito di Orson Welles giacesse in un archivio torinese è perfettamente coerente con la traiettoria di un uomo che aveva lasciato opere incompiute, perdute o dimenticate in ogni angolo del mondo, alcune delle quali continuano a riemergere decenni dopo la sua morte con la puntualità di un appuntamento mancato.
La questione delle opere incompiute è centrale per capire Welles, e la mostra non la aggira. “Don Chisciotte”, che resta il film incompiuto che più manca, viene citato accanto a “The Other Side of the Wind”, al “Re Lear” rimasto allo stadio di progetto avanzato per via di produttori francesi che promettevano molto e mantenevano poco, e a “It's All True”, il film brasiliano girato su commissione di Roosevelt in persona mentre la RKO smontava “L'orgoglio degli Amberson” in sua assenza, tagliandolo fino a ridurlo all'ombra di ciò che avrebbe dovuto essere.
Welles tornò dagli Stati Uniti dal Brasile per trovare il suo secondo film distrutto e la sua squadra di produzione già licenziata. Il nuovo slogan pubblicitario della RKO era “spazio allo spettacolo, non al genio”: non esattamente un benvenuto.
Ciononostante, o forse proprio per questo, Welles non smise mai di reinventarsi. “F come falso” del 1974, costruito attorno al documentario sul falsario Elmyr de Hory, inaugura il film-saggio come genere cinematografico, un formato che Godard avrebbe usato abbondantemente senza che nessuno glielo rimproverasse.
“L'infernale Quinlan” del 1958, ottenuto grazie a Charlton Heston che si disse disposto a lavorare con gli Universal Studios solo se a dirigere fosse Welles, è una denuncia dell'abuso di potere poliziesco e del razzismo strisciante che la produzione, inorridita dal risultato, tagliò e sabotò nella distribuzione. Fu l'ultimo film che Welles girò per uno studio. Aveva 42 anni.
Gli anni europei occupano una sezione ampia della mostra, e a ragione: è in Europa che Welles trova le condizioni per fare i propri film invece di quelli degli altri. “Otello”, girato tra il 1949 e il 1952 con un budget che si esauriva e si ricostituiva a seconda dei ruoli che Welles accettava come attore, vince la Palma d'oro a Cannes. “Falstaff” del 1966, girato in Spagna con mezzi ridotti, è per molti il suo capolavoro assoluto, il film in cui Welles trova finalmente il personaggio che sente più vicino a sé, quel Falstaff carnale e benevolo che è “gemello dall'intelligenza gioiosa”, come scrive lui stesso.
“Il terzo uomo” di Carol Reed, in cui interpreta Harry Lime tra le rovine di Vienna, gli decuplica la fama internazionale ma non lo arricchisce: aveva scelto un compenso elevato invece di una percentuale sugli incassi che lo avrebbe reso milionario. D'altra parte, era Orson Welles: le scelte finanziariamente sensate non erano la sua specialità.
La mostra è allestita secondo i criteri del “Design for All”, con testi facilitati, pannelli ad alta leggibilità, audio descrizioni, video in LIS attivabili tramite QR code e modelli visivo-tattili per un'esperienza multisensoriale. Per i più giovani c'è una scheda gioco con indovinelli.
Welles, che era un mago professionista e concepiva il cinema come un dispositivo per trasformare la realtà e sorprendere lo spettatore, avrebbe probabilmente apprezzato l'idea di far scoprire il suo universo ai bambini attraverso un indovinello. Forse avrebbe anche trovato il modo di trasformarlo in uno scandalo.
L'omaggio si estende al Cinema Massimo, dove dal 2 al 15 aprile è in programma una retrospettiva che mescola i capolavori con le rarità:“Too Much Johnson” del 1938, ritenuto perduto dopo l'incendio della casa di Madrid nel 1971 e ritrovato a Pordenone in un magazzino di una ditta di trasporti, e ancora “Il mercante di Venezia”, considerato perduto fino al ritrovamento negli archivi di Cinemazero, i ciak inediti di“Unseen Lollo” che rivelano una Lollobrigida mai vista prima.
Ci sono anche i film in cui recitava per gli altri, da “Moby Dick” di Huston a “Il terzo uomo” di Reed, quelli in cui prestava la sua inconfondibile silhouette a registi altrui per finanziare i propri progetti, esattamente come un tempo usava i compensi radiofonici per tenere a galla il Mercury Theatre.
Welles aveva detto, a chi gli chiedeva quando avrebbe finito i suoi film: “Mi ameranno quando sarò morto”. Aveva ragione, come quasi sempre, la differenza è che lo sapeva già mentre era vivo, e continuava lo stesso.














